
« Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo paese, in cui però per venire riconosciuti qualcosa, bisogna morire. »
(
Franca Faldini, citando le parole del compagno Totò)
nome d'arte di Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi, più noto come Antonio De Curtis, è stato un
attore,
commediografo,
paroliere,
poeta e
sceneggiatore italiano. Soprannominato "il principe della risata", è considerato uno dei più grandi interpreti nella storia del
teatro e del
cinema italiano.
Nato come Antonio Vincenzo Stefano Clemente e
adottato nel
1933 dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas – il padre naturale, Giuseppe De Curtis, lo riconobbe legalmente soltanto nel
1937 – nel
1945 il Tribunale di Napoli gli permise di aggiungere vari cognomi e alcuni predicati nobiliari come parte del nome e gli riconobbe anche diversi titoli nobiliari. Sicché Totò divenne Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e Illiria, principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e d'Epiro, conte e duca di Drivasto e di Durazzo anche se sul pronao della cappella della sua tomba, nel
Cimitero di Santa Maria del Pianto a
Napoli, l'incisione recita solo Focas Flavio Comneno De Curtis di Bisanzio - Clemente.
Totò spaziò in tutti i generi teatrali, con oltre 50 titoli, dal
variété all'
avanspettacolo, alla "
grande rivista" di
Michele Galdieri, passando per il cinema, con 97 film interpretati dal
1937 al
1967, visti da oltre 270 milioni di spettatori, un primato nella storia del cinema italiano, e la televisione con una serie di 9 telefilm diretti da
Daniele D'Anza, poco prima della scomparsa, ormai ridotto alla quasi cecità per la lunga esposizione ai fari di scena che lo aveva costretto nel
1957 ad abbandonare il palcoscenico.
Grande maschera nel solco della tradizione della
Commedia dell'Arte, accostato di volta in volta a comici come
Buster Keaton o
Charlie Chaplin, conservò fino alla fine una sua unicità interpretativa che risaltava sia in copioni puramente brillanti (diretto, tra gli altri, da
Mario Mattoli,
Camillo Mastrocinque o
Sergio Corbucci), sia in parti drammatiche, interpretate alla fine della carriera, con maestri del calibro di
Alberto Lattuada o
Pier Paolo Pasolini. A distanza di decenni i suoi film riscuotono ancora grande successo, e molte delle sue memorabili battute e gag-tormentoni sono spesso diventate anche perifrasi entrate nel linguaggio comune.
Lo "scugnizzo" del rione Sanità
Nacque nel
rione Sanità, in
via Santa Maria Antesaecula, al secondo piano del civico 109, da una relazione clandestina di Anna Clemente (
Palermo,
1882 –
Roma,
1948) con Giuseppe de Curtis (
Napoli,
12 agosto 1873 –
Roma,
29 settembre 1944) che, in principio, non lo riconobbe. L'assenza della figura paterna pesò molto, anche in seguito, sul carattere dell'attore, tanto che nel
1933, già famoso sui palcoscenici italiani, si fece adottare dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas, in cambio di una rendita. Studiò al collegio Cimino senza ottenere la licenza ginnasiale: la madre lo voleva sacerdote, ma, incoraggiato dai primi successi nelle piccole recite in famiglia (chiamate a
Napoli "
periodiche"), e attratto dagli spettacoli di varietà, nel
1913, a soli quindici anni, iniziò a frequentare i teatrini periferici esibendosi in
macchiette e imitazioni del repertorio di
Gustavo De Marco con lo pseudonimo di Clerment.
Proprio su questi palcoscenici di periferia incontrò attori del calibro di
Eduardo De Filippo,
Peppino De Filippo e i musicisti
Cesare Andrea Bixio e
Armando Fragna. Dopo il servizio militare, svolto ad
Alessandria durante la
prima guerra mondiale, si esibì ancora come macchiettista, scritturato dall'impresario
Eduardo D'Acierno - diventò poi celebre la macchietta del "
Bel Ciccillo" riproposta nel
1949 nel film
Yvonne la nuit - e ottenne un primo successo alla Sala Napoli, locale minore del capoluogo campano, con una parodia della canzone di
E. A. Mario Vipera, intitolata Vicolo.
Su questi palcoscenici, spesso improvvisati, con orchestre di second'ordine e comprimari raccogliticci, Totò imparò l'arte dei
guitti, ossia di quegli attori - napoletani e non - che recitavano senza una sceneggiatura ben impostata, arte alla quale Totò aggiunse caratteristiche tutte sue: una conformazione particolare del naso e del mento - frutto di un incidente giovanile col precettore del ginnasio - movimenti del corpo in libertà totale, da burattino snodabile, e una comicità surreale e irriverente, pronta tanto a sbeffeggiare i potenti quanto a esaltare i bisogni umani primari: la fame, la sessualità, la salute mentale.
I primi successi
«Nel
1922 si trasferì a
Roma con la madre e in un primo momento ottenne alcuni ingaggi in compagnie di basso livello impegnate nella recitazione di farse
pulcinellesche, nelle quali gli toccava il ruolo minore del mamo, la spalla di Pulcinella. Con la compagnia di
Umberto Capece fece poca strada; dopo un breve periodo di disoccupazione venne però notato da
Giuseppe Jovinelli, titolare del
teatro omonimo, dove iniziò a esibirsi in imitazioni e balletti musicali comici che ottennero un grande successo di pubblico. Approdò quindi alla
Sala Umberto, frequentata dalla migliore società della capitale: il successo crebbe ancora. Il suo costume di scena in questo periodo era già quello a cui restò fedele sino alla fine: un logoro cappello a
bombetta, un
tight troppo largo, una camicia col colletto basso, una stringa come "farfallino", pantaloni "a zompafosso" e un paio di calze colorate su scarpe basse e logore. Oltre al costume scenico, il suo modo di recitare. Totò è come preso dalla "mania della fame". La sua capacità di rendere al meglio l'espressione di uomo affamato e mai sazio è data dalla sua voglia di mettere in scena la povertà, e rappresentarla con la sua faccia peggiore: la fame. Totò infatti affermava sempre che l'attore, per recitare come tale, deve andare in scena sempre prima di mangiare.
Il variété e l'avanspettacolo
Dal
1925 iniziò a farsi conoscere anche livello nazionale, recitando in spettacoli di
variété, e andando in tournée nelle maggiori città italiane. Nel
1927 fu scritturato, nuovamente a Roma, da
Achille Maresca, titolare di due diverse compagnie; Totò entrò a far parte prima della compagnia di cui era
primadonna Isa Bluette, una delle soubrette più in voga del periodo, e poi, dal
1928 di quella di
Angela Ippaviz; gli autori erano "Ripp" (Luigi Miaglia) e "Bel Ami" (Anacleto Francini).
Due anni dopo tornò a Napoli, al
Teatro Nuovo con la
Compagnia Stabile Napoletana Molinari diretta dall'impresario
Enzo Aulicino, nella quale recitò per la prima volta insieme a
Titina De Filippo in una parodia de
I tre moschettieri e, in seguito, in
Miseria e nobiltà e altre commedie del repertorio di
Eduardo Scarpetta. In questo periodo conobbe un'attrice di varietà di origine genovese,
Liliana Castagnola, con la quale visse una breve ma intensa storia d'amore (pare che una sera Totò recitò in un teatro al buio solo per lei); la relazione con la bellissima
chanteuse, però, fu funestata da continue avversità: Totò riceveva spesso biglietti e telefonate anonime che lo mettevano in guardia da quella donna dal carattere strano. In effetti la Castagnola, fino al momento dell'incontro con Totò, era stata costante oggetto delle cronache mondane: fu espulsa dalla Francia per aver indotto due uomini al duello; a Montecatini un suo amante respinto si tolse la vita, dopo averle sparato un colpo di pistola che la ferì di striscio al viso (a causa della cicatrice, sebbene lieve, la Castagnola adottò la pettinatura "a caschetto" che le copriva le guance); dilapidò il patrimonio di un nobile che fu per questo interdetto su richiesta dei familiari.
Sebbene fosse una donna fatale sia sul palcoscenico sia nella vita reale, aveva per l'artista napoletano un sentimento sincero e passionale, per il quale era disposta a buttarsi alle spalle una vita girovaga e senza freni. Liliana, pur di restare accanto al suo uomo, propose di farsi scritturare al Teatro Nuovo di
Napoli, ma Totò, stanco della relazione con quella donna possessiva e opprimente, decise infine di accettare un contratto con la compagnia "Cabiria" che lo avrebbe portato a
Padova.
L'epilogo fu che Liliana si suicidò ingerendo un intero tubetto di sonniferi. A soli 35 anni fu trovata morta, la mattina dopo, nella sua stanza d'albergo. Il suo biglietto d'addio a Totò esprimeva tutto lo strazio dell'innamorata abbandonata: «Grazie per il sorriso che hai saputo dare alla mia vita disgraziata. Non guarderò più nessuno. Te l'avevo promesso e mantengo». La vicenda divenne un enorme scandalo giornalistico, cosa che d'altra parte fece una grande pubblicità a Totò, conosciuto, ma non ancora pienamente affermato come artista. L'attore rimase tuttavia sconvolto dal suicidio della donna tanto che decise di seppellirla nella cappella dei De Curtis a Napoli e battezzò Liliana la figlia che ebbe dalla moglie
Diana Bandini Lucchesini Rogliani.
Riprese a lavorare intensamente, e dopo un breve periodo in cui ritornò a lavorare con la compagnia di Maresca, dal
1932 diventò
capocomico, proponendosi (anche come impresario di compagnie che gravitavano intorno alla sua persona), nel genere dell'
avanspettacolo. L'avvento del cinema sonoro e la scomparsa delle figure teatrali fino ad allora tradizionali come il "
fine dicitore" imposero questo cambiamento, e Totò divenne l'esponente più rappresentativo del nuovo genere, con riviste da lui anche scritte, spesso insieme a
Guglielmo Inglese (con
Eduardo Passarelli e
Mario Castellani come sue spalle), per tutti gli
anni trenta, e portate in scena in tutto il
Paese.
Ridi che ti passa,
Se quell'evaso io fossi,
L'ultimo Tarzan sono alcuni titoli; le soubrettes che lo circondavano erano anch'esse celebri:
Clely Fiamma,
Adriana Edelweiss,
Clary Sand e
Olivia Fried.
Tra le macchiette tipiche di Totò di questo periodo ne troviamo anche alcune che il comico poi riproporrà più tardi nel suo repertorio cinematografico: "Il pazzo", "Il chirurgo", "Il manichino". Lo spettacolo spesso si concludeva con la classica "passerella", mentre Totò correva tra il pubblico con una piuma sulla bombetta, al ritmo della fanfara dei Bersaglieri: anche questo sarebbe stato riproposto più tardi nel suo film
I pompieri di Viggiù. Il
6 marzo 1935 si sposò con la fiorentina
Diana Bandini Lucchesini Rogliani conosciuta quattro anni prima a
Firenze durante uno spettacolo; dall'unione, nel
1933, nacque la figlia
Liliana. Nel
1937 Giuseppe De Curtis lo riconobbe infine legalmente come figlio.
L'incontro con il cinema
Totò incontrò il cinema già nel
1930, con l'avvento del sonoro, quando
Stefano Pittaluga, un esercente ligure che aveva rilevato la
Cines dal fallimento e in quel momento produceva gran parte dei film italiani, decise di fargli un provino.Il film, intitolato
Il ladro disgraziato, non vide mai la luce, ma esistono le riprese del provino, ritrovato e restaurato nel
1995. Furono allora gli intellettuali che già lo ammiravano a teatro, i primi a volerlo in qualche loro progetto: tra di loro
Umberto Barbaro e soprattutto
Cesare Zavattini, che tentò infatti di imporlo nel
1935 per la parte di Blim nel film
Darò un milione di
Mario Camerini – ruolo andato poi a
Ernesto Almirante – e nel
1943 pubblicò il romanzo
Totò il buono pensando a lui.
Non realizzandosi questi progetti cinematografici il vero debutto avvenne sotto l'egida di
Gustavo Lombardo, il fondatore della
Titanus, il quale nel
1937 produsse il primo film di Totò,
Fermo con le mani! diretto da
Gero Zambuto, mediocre tentativo di proporre temi toccati dal personaggio di
Charlot, già superati dalla forza surreale, da burattino irriverente e snodabile, di Totò. In una scena del film rimasta celebre e stranamente non tagliata dalla censura dell'epoca, arriva a prendere in giro il Duce,
Benito Mussolini.
Nell'anteguerra girò altri cinque film, con spunti interessanti nel surreale:
Animali pazzi del
1939 di
Carlo Ludovico Bragaglia, già militante nelle file del
futurismo, con testo scritto da
Achille Campanile, e
San Giovanni decollato del
1940 di
Amleto Palermi, dignitosa trasposizione della commedia teatrale di
Nino Martoglio, già cavallo di battaglia del mattatore teatrale siciliano
Angelo Musco.
Una menzione particolare la merita poi
Il ratto delle Sabine del
1945 di
Mario Bonnard, storia di una scalcagnata compagnia di
guitti in giro per le città di provincia che decidono di rappresentare il testo mediocre di un professore deriso dai suoi stessi alunni, con un insuccesso colossale.
La grande rivista
« Totò era una maschera ed è paragonabile solo ai grandi come Chaplin, Keaton e i fratelli Marx. Ma noi che l'abbiamo diretto gli affidavamo parti troppo "umane" e lui finiva così per perdere inevitabilmente quella comicità surreale e astratta che era riuscito a sprigionare al massimo quando faceva la rivista e l'avanspettacolo »
(
Mario Monicelli in un'intervista su Totò dopo la sua morte)
Più in generale, questi primi esperimenti cinematografici, lunari e surreali, non ottennero il successo di pubblico che Totò aveva invece sul palcoscenico. Quando tornò al
teatro, alla fine del
1940, l'
avanspettacolo era già tramontato, sostituito dalla "
grande rivista", caratterizzata da scenografie sfarzose, primedonne da sogno (su tutte
Wanda Osiris), testi moderatamente satirici e qualunquistici per quanto concesso dal
regime fascista, comprimari e orchestre di grande livello.
Totò ebbe la fortuna di incontrare sul suo cammino il più grande scrittore di riviste teatrali degli
anni quaranta,
Michele Galdieri, e una grande soubrette e attrice di livello e bravura pari alla sua,
Anna Magnani, in spettacoli rimasti memorabili nella storia del nostro teatro. Con Galdieri strinse un sodalizio inossidabile durato nove anni, con spettacoli messi in scena dagli impresari
Elio Gigante - poi scopritore della cantante
Mina - e
Remigio Paone. I titoli bastano da soli per consegnarli alla memoria:
Quando meno te l'aspetti del
1940,
Volumineide del
1941,
Orlando Curioso del
1942,
Che ti sei messo in testa? e
Con un palmo di naso, del
1944.
In essi la forza satirica esercitata in vario modo prima contro il
regime fascista e quindi contro gli
occupanti tedeschi, è sempre ben presente: più volte la censura di regime intervenne per modificare battute considerate irriverenti, ma Totò, rischiando di suo, spesso pronunciava ugualmente le frasi tagliate suscitando autentiche ovazioni; dopo le prime rappresentazioni romane di Che ti sei messo in testa, l'attore, avvertito che sarebbe stato di lì a poco arrestato (insieme ai fratelli De Filippo), dovette tuttavia scappare a
Valmontone per ripresentarsi solo dopo la
liberazione di Roma con una nuova rivista (Con un palmo di naso) in cui finalmente dava libero sfogo alla sua satira impersonando Mussolini e Hitler.
La Totò-mania
Il periodo d'oro del comico si può circoscrivere dal
1947 al
1952, quello in certo senso più libero, con parodie di grande successo che contengono riferimenti satirici piuttosto espliciti, in molti casi alquanto pesanti, all'attualità: il dopoguerra, la borsa nera, i nuovi arricchiti, la sterilità di chi comanda (gli onorevoli e, in particolar modo, i "caporali", intesi genericamente come coloro che danno ordini alla truppa), furono presi di mira sia sul palcoscenico con le ultime due grandi riviste di
Michele Galdieri,
C'era una volta il mondo del
1947 e
Bada che ti mangio! del
1949, sia nel
cinema.
Se in teatro il successo crebbe a dismisura (basti pensare al celeberrimo sketch del vagone letto con
Isa Barzizza e
Mario Castellani, presentato per la prima volta proprio nella rivista "C'era una volta il mondo") anche sul grande schermo giunse un grandioso successo di pubblico, a partire da
I due orfanelli del
1947 fino a
Totò a colori del
1952. In questi film l'attore si scatena e la comicità di avanspettacolo è più pura, meno imbrigliata dalle maschere o personaggi che in seguito, per motivi diversi, alcuni autori tentarono di cucirgli addosso. Assediato da proposte di tutti i generi, senza avere a disposizione neanche una giornata libera, l'attore lavorava continuamente, girando a ritmo frenetico alcune delle sue parodie più folli, dirette dai cosiddetti "registi velocisti"
Mattòli,
Bragaglia,
Stefano Vanzina e il giovane
Luigi Comencini. Si ricordano in questo periodo, tra gli altri, titoli divenuti poi dei "classici" come
Totò le Mokò,
L'imperatore di Capri,
Totò sceicco.
È da notare che a volte il
copione, vuoi anche per i tempi ristrettissimi in cui venivano prodotti i suoi film, rappresentava solo un timido
canovaccio per Totò, che poi si trovava a improvvisare davanti alla macchina da presa: Totò inventava le battute, a volte perfino la trama; così tuttavia sono nate anche alcune delle sue scene più famose. Ebbe anche, durante la stagione
1948-
1949, un'esperienza come doppiatore cinematografico per un film non suo, l'avventuroso-esotico
La vergine di Tripoli (Slave girl) diretto per la
Universal Pictures da
Charles Lamont e interpretato da
Yvonne De Carlo e
George Brent. Nel film, ritrovato e riproposto in televisione nel
1996, il comico napoletano è la voce fuori campo di un cammello, ribattezzato Gobbone nella versione italiana. Inoltre, nel manifesto nostrano della pellicola appare un curioso Totò disegnato a fumetti che pronuncia la frase In questo film dico la mia anch'io!. Totò stesso fu in seguito talvolta doppiato soprattutto nelle scene con riprese esterne, dove gli attori non potevano recitare in presa diretta, poiché il grande artista napoletano non poteva doppiare sé stesso a causa dei problemi alla vista. I suoi doppiatori ottennero risultati non sempre di qualità, da
Renato Turi, voce radiofonica molto popolare negli anni cinquanta e sessanta (nel film
Totò diabolicus del
1962 nel ruolo del monsignore), ma soprattutto da
Carlo Croccolo, l'unico doppiatore autorizzato dall'attore e insieme al quale, nel
1964, scrisse la sceneggiatura per un film, Fidanzamento all'italiana, che non fu mai realizzato per mancanza di finanziamenti.
Tra i doppiaggi di Croccolo applicati ai film con Totò si ricordano la voce della baronessa in Totò diabolicus e soprattutto, nel film
I due marescialli la voce di Antonio Capurro (Totò) in una scena di esterni in una stazione e la voce prestata a
Vittorio De Sica (il Maresciallo Vittorio Cotone) nella stessa scena, fatto probabilmente unico nel cinema italiano. Diventato un beniamino del pubblico infantile, gli fu dedicata anche una collana a fumetti,
Totò a fumetti, pubblicata tra il
1952 e il
1953 in 12 numeri e 3 albi speciali dalle Edizioni Diana di Roma. Proprio quando le cose a livello lavorativo sembravano andare per il meglio, alcune nubi oscurarono una vita familiare che l'attore, schivo, timido e riservato (esattamente il contrario di come lo si vedeva sul set o in palcoscenico) desiderava fosse serena e tranquilla. La moglie Diana, da cui in precedenza si era separato legalmente ma che continuava a vivere sotto il suo stesso tetto solo come "madre di sua figlia" (si erano separati nel 1939 in Ungheria), durante un ricevimento conobbe un avvocato, che poi sposò. La stessa figlia, poco tempo dopo, volle sposare contro la volontà paterna Gianni Buffardi (figliastro del regista
Carlo Ludovico Bragaglia), un uomo da cui avrebbe divorziato alcuni anni dopo. Nel
1951 Totò rimase dunque solo, e si gettò a capofitto nel lavoro interpretando film prodotti da
Carlo Ponti e
Dino De Laurentiis, i quali grazie ai guadagni delle sue pellicole avevano potuto allestire una loro società; in questo periodo Totò corteggiava insistentemente un'attrice dal grande fascino,
Silvana Pampanini, che però lo respinse.
Nel febbraio
1952 conobbe
Franca Faldini, una giovanissima aspirante attrice romana nata nel
1931, che era appena rientrata da
Hollywood dove era stata, fra l'altro, ospite dell'amico
Errol Flynn.
La loro storia d'amore non fu frutto di un colpo di fulmine, ma si trattò di un progressivo avvicinamento fra persone caratterialmente molto diverse. A separarli, tra l'altro, una differenza d'età di trentatré anni. Proprio per la riservatezza e il pudore di entrambi, il presunto matrimonio realizzato segretamente all'estero (si scrisse in
Svizzera nel
1954) in realtà non avvenne mai, secondo ciò che la stessa Franca Faldini tenne a precisare. Totò, a tal proposito, spiegò in una lettera:
« Perché ho il senso della misura, il senso del ridicolo, Franca è molto più giovane di me, e io non avrei mai sopportato i soliti maligni commenti del prossimo, l'attore Totò deve fare ridere, ma l'uomo Totò, anzi il Principe De Curtis mai, il Principe De Curtis - lo sappiamo - è una persona seria. »
Poco tempo dopo i due andarono a vivere insieme in un appartamento in via dei Monti Parioli a Roma, e la Faldini gli starà poi accanto per tutta la vita. Dalla relazione nacque un figlio nel
1954, Massenzio, che però, prematuro, visse solo poche ore, mentre la madre rischiò la vita a causa di una
nefropatia gravidica da
albumina. Dopo la morte del bambino tanto agognato, Totò rimase in casa per molti giorni: la perdita di quel figlio maschio, che avrebbe potuto portare il suo cognome, lo aveva profondamente prostrato, ma l'amore per Franca, pallida e smagrita per la malattia, gli diede la forza di continuare a vivere e a lavorare. Totò e la Faldini, così diversi - sia di carattere sia di mentalità - ebbero molti scontri, probabilmente dovuti anche alla differenza di età. Furono anche sul punto di separarsi; continuarono tuttavia a vivere insieme fino alla morte dell'artista.
Critiche ed esperimenti
Negli
anni cinquanta e nei primi
anni sessanta l'attore era spesso osteggiato da una critica che non apprezzava la sua grande verve comica e scoppiettante, e che gli negò sino alla fine il riconoscimento di un grande spessore artistico, con commenti che letti oggi possono apparirci a volte anche eccessivamente censori. Valgono da esempio alcuni brani di articoli dell'epoca:
« È veramente doloroso constatare come la comicità di certi film italiani sia ancora legata a sorpassati schemi appartenuti al più infimo teatro di avanspettacolo [...] e Totò sfoggia come al solito i tipici atteggiamenti di quella comicità così banale. »
(A proposito de
Il medico dei pazzi, su
La Voce Repubblicana, Roma 14 novembre 1954)
« È proprio vero, con Totò e Peppino si ride sempre, ma il soggetto è proprio questione di avanspettacolo, se il regista e gli sceneggiatori si sforzassero le loro meningi, per tirare fuori una storia decente, con Totò e Peppino si potrebbero vedere dei film godibilissimi, e invece... »
(A proposito di
Totò, Peppino e la... malafemmina)
« [...] Gli spettatori non sono fortunati, siamo giusti, costretti a ingerire prodotti così squallidamente raffazzonati, così privi di spirito e d'ogni luce d'intelletto umano. »
(A proposito di
Totò, Eva e il pennello proibito, su
L'Unità, Milano, 15 febbraio 1959)
Totò cercò tuttavia in vari modi, durante la sua carriera di farsi benvolere dalla critica cinematografica. Tentò la strada
neorealista con
Guardie e ladri (che gli valse un
Nastro d'argento), in compagnia di
Aldo Fabrizi, e
Totò e Carolina (soggetto di
Ennio Flaiano); quest'ultimo girato nel
1953 e massacrato dai tagli censorii, uscì nelle sale gravemente manomesso solo nel
febbraio 1955. Recitò anche su soggetti
pirandelliani, come La patente (episodio del film
Questa è la vita) di
Luigi Zampa e
L'uomo, la bestia e la virtù di
Steno; tentò anche di produrre da solo i suoi film nel
1955 ma rinunciò dopo i malinconici
Destinazione Piovarolo e
Il coraggio, entrambi diretti da
Domenico Paolella.
Si rifugiò quindi nelle predilette farse di
Scarpetta, di ambiente napoletano ma tratte da pochade francesi di fine
Ottocento, nella trilogia diretta da
Mattòli Un turco napoletano (sulla bramosia di donne, quindi sul sesso),
Miseria e nobiltà (sulla voglia di cibo, quindi sulla fame) e
Il medico dei pazzi (sulla sanità mentale): questa si può dunque considerare una ideale trilogia dei bisogni primari tipici della maschera di
Pulcinella, qui incarnata dal voluttuoso
Felice Sciosciammocca.
Nel
1958 prese parte al film
I soliti ignoti di
Mario Monicelli, accanto a
Gassman e
Mastroianni, in quello che viene visto come una sorta di "passaggio di consegne" tra la comicità teatrale di Totò e il nuovo, allora nascente, filone della
commedia all'italiana.
Totò si prestò anche a esperimenti di cinema, come il già citato
Totò a colori, uno dei primi film italiani girato a colori col sistema
Ferraniacolor, e
Il più comico spettacolo del mondo, primo e unico film italiano tridimensionale, manomesso quasi subito dopo la sua uscita e sostituito con la versione normale bidimensionale. In queste pellicole la quantità di luce necessaria era talmente grande che nessuno osava guardare direttamente le
lampade ad arco per paura di danni alla retina; durante una scena di
Totò a colori l'attore fuggì dal teatro di posa con la parrucca bruciacchiata e fumante. Qualcuno ipotizzò che proprio quelle luci troppo forti avessero provocato il primo danno alla vista.
La malattia agli occhi
Nel
1956 Totò fece la sua ultima rivista teatrale; in quello spettacolo si ammalerà definitivamente e il danno alla vista non lo abbandonerà più.
La rivista che si chiamava
A prescindere era stata scritta da Nelli e
Mangini e organizzata da
Remigio Paone. Debuttò a Roma il
1º dicembre 1956; dopo due mesi trascorsi nella capitale, si trasferì a
Milano; lì Totò si ammalò di
broncopolmonite, poi si trasferì a
Genova, dove iniziò a soffrire di disturbi alla vista; a
Firenze le condizioni peggiorarono, ma a
Palermo il
4 maggio 1957, ebbe un "crollo".
Totò perse infatti completamente la vista nella parte centrale della
pupilla dell'occhio destro (vedeva soltanto sui lati degli occhi, come un vetro appannato). Inoltre, circa venti anni prima aveva già perso l'altro occhio per un
distacco di retina operato male: Totò si ritrovò di fatto quasi
cieco.
A causa di ciò fu costretto a interrompere la rivista (l'impresario Remigio Paone, non credendolo, richiese una visita fiscale) e a rimanere immobile per circa sette mesi in casa, proprio quando l'anno precedente aveva ottenuto un irripetibile successo con alcuni film memorabili diretti da
Camillo Mastrocinque e interpretati in coppia con
Peppino De Filippo (tra questi, sicuramente da ricordare
La banda degli onesti,
Totò, Peppino e la... malafemmina o
Totò, Peppino e i fuorilegge, tutti del
1956).
Grazie alle cure dei medici, la vista migliorò ma non in modo soddisfacente. Totò, da questo momento in poi, fu costretto a indossare sempre un pesante paio di occhiali scuri, che toglieva solo per le riprese dei film.
Il malinconico rientro
« Con Totò forse abbiamo sbagliato tutto! Lui era un genio, non solo un grandissimo attore. E noi lo abbiamo ridotto, contenuto, obbligato a trasformarsi in un uomo comune tarpandogli le ali. »
(
Mario Monicelli in un'intervista su Totò dopo la sua morte)
Costretto a lavorare senza sosta, con la malattia agli occhi che peggiorava sempre più (subì due distacchi di retina, durante la lavorazione di
La legge è legge con
Fernandel e de
La cambiale), l'attore si trovò ad accettare qualsiasi copione, anche di infimo livello. I produttori tuttavia non si fidavano più a lasciarlo solo e gli affiancavano partner in molti casi gradevoli e di livello come
Agostino Salvietti,
Erminio Macario,
Ugo Tognazzi e un grande
Nino Taranto, oltre al prediletto
Peppino De Filippo; spesso infarcendo i suoi film di melense storie d'amore parallele. Infine lo utilizzavano come veicolo di lancio per cantanti come
Johnny Dorelli,
Fred Buscaglione,
Rita Pavone e
Adriano Celentano, di meteore come
Pablito Calvo interprete di
Marcellino pane e vino. Gli intellettuali, che negli
anni trenta stravedevano per lui, adesso non lo consideravano quasi più, tranne qualche sortita sporadica di
Aldo Palazzeschi,
Giuseppe Marotta e
Mario Soldati.
Poche furono le vere occasioni importanti:
Eduardo De Filippo per
Napoli milionaria,
Vittorio De Sica per
L'oro di Napoli,
Mauro Bolognini per
Arrangiatevi!, e
Sergio Corbucci, forse l'ultimo regista brillante importante per il comico. Collaborò con quest'ultimo ad almeno due film da rivalutare ampiamente:
I due marescialli e
Gli onorevoli. Poi vi furono i meno riusciti
Yvonne la nuit di
Giuseppe Amato (la prima parte drammatica proposta all'attore) e il frammentato
Dov'è la libertà? di
Roberto Rossellini, girato nel
1952 ma abbandonato quasi subito dall'autore; terminato da
Lucio Fulci e da
Federico Fellini per le scene del tribunale (e non da
Mario Monicelli come più volte affermato) uscì nelle sale soltanto nel
1954.
Nel tempo libero Totò componeva canzoni (la più celebre è
Malafemmena, composta nel
1951 e dedicata alla moglie Diana Bandini, nota in tutto il mondo ed eseguita in un gran numero di versioni), e poesie (tra cui la famosa
'A Livella, sulla morte che annulla le differenze sociali delle persone). Come autore di canzoni partecipò anche al
Festival di Sanremo del 1954 con il brano
Con te! classificandosi al nono posto nella graduatoria finale. Leggeva i romanzi gialli di
Georges Simenon dei quali era un grande appassionato (si entusiasmò vedendo il
Maigret superbamente reso da
Gino Cervi nella prima serie di telefilm del
1964-
1965).
Dava prova della sua generosità aiutando i più bisognosi, e inoltre curando e assistendo, in un canile fuori
Roma fatto costruire da lui stesso, ben 220 cani randagi. Tra l'altro, una delle rare apparizioni televisive di Totò e Franca Faldini si ebbe nella trasmissione
Controfagotto, condotta per la
RAI da
Ugo Gregoretti nel
1960, nell'ambito di una visita a questo canile.
Nello stesso anno Totò stilò anche i suoi scritti, pubblicati in seguito come "Gli scritti di Totò".
Una prima rivalutazione
Nel
1963 venne pubblicizzata una grande notizia: Totò interpretava il suo centesimo film, il primo interamente drammatico,
Il comandante, malinconica storia di un generale in pensione scritta da
Rodolfo Sonego (sceneggiatore di fiducia di
Alberto Sordi) e diretta da
Paolo Heusch, regista romano di documentari conosciuto dagli appassionati per aver girato nel
1958 il primo
film di fantascienza italiano,
La morte viene dallo spazio, che Totò aveva provveduto immediatamente a trasformare in parodia,
Totò nella luna. In realtà si trattava dell'ottantaseiesimo film.
Lello Bersani intervistò Totò nella rubrica televisiva
Tv7 (mentre il precedente approccio di Totò sul piccolo schermo era stato disastroso: ospite d'onore in una puntata del
Musichiere di
Mario Riva nel
1958, il comico si fece scappare incautamente un Viva
Lauro!, leader del
Partito Monarchico, che gli costò una sospensione);
Oriana Fallaci e
Maurizio Costanzo lo intervistarono per i maggiori periodici italiani del tempo.
Ma il film di Heusch non ebbe alcun successo, rivelandosi un disastro al botteghino nonostante il grande impegno profuso. Totò fu dunque costretto a rientrare nei ranghi, recitando curiose rivisitazioni di film mitologici diretti da
Fernando Cerchio (tra cui
Totò contro Maciste,
Totò e Cleopatra e
Totò contro il pirata nero); esplorò il filone notturno-sexy insieme a
Erminio Macario nel dittico
Totò di notte n. 1 e
Totò sexy, senz'altro il punto più basso della sua carriera, il secondo addirittura assemblato con gli scarti di lavorazione del precedente.
Recitò accanto al grande attore
hollywoodiano Walter Pidgeon nel film
I due colonnelli, diretto da
Steno; infine scoprì un potenziale di
sadismo nella maschera e nel personaggio, rimasto fino ad allora poco esplorato (si pensi al balletto nella taverna di
Algeri, tutto a spese della ballerina, in
Totò le Mokò di
Bragaglia), con i "nerissimi"
Totò diabolicus di
Steno, nel quale recita ben sei personaggi diversi in una parodia del genere
horror, e soprattutto con
Che fine ha fatto Totò Baby?, diretto da
Paolo Heusch ma firmato dallo sceneggiatore
Ottavio Alessi per ragioni di distribuzione. Qui la cattiveria del personaggio di Totò raggiunge il limite estremo in un film all'epoca rifiutato dal pubblico, ma oggi ampiamente rivalutato.
Fellini, Lattuada, Pasolini
« Totò non poteva fare che Totò, come Pulcinella, che non poteva essere che Pulcinella. Il risultato di secoli di fame, di miseria, di malattie, il risultato perfetto di una lunghissima sedimentazione, una sorta di straordinaria secrezione diamantifera, una splendida stalattite, questo era Totò. Non mi sono mai venute in mente storie che richiedessero la presenza di Totò, perché Totò non aveva bisogno di storie. Che valore poteva avere una storia per un personaggio così, che le storie ce le aveva già tutte scritte sulla faccia? »
(
Federico Fellini in una intervista)
Proprio quasi fuori tempo massimo, quando il grande comico pensava di avere sprecato il suo talento in filmetti dozzinali, arrivarono le proposte di grandi cineasti per le quali il Principe riservò entusiasmo e perplessità.
Federico Fellini lo volle per il suo progetto ambizioso e mai realizzato,
Il Viaggio di G. Mastorna, interrotto per la grave malattia del maestro riminese;
Alberto Lattuada nel
1965 gli affidò il ruolo del frate Timoteo nella versione di un grande testo teatrale di
Niccolò Machiavelli,
La mandragola: qui le scene della persuasione di madonna Lucrezia e il dialogo con i teschi nella cripta, considerate tra le migliori della sua arte, vennero girate in condizioni impossibili e in clandestinità dentro un convento di
Urbino.
La critica lo lodò compatta e a quel punto Totò capì di essere stato male utilizzato, lasciandosi andare a reminiscenze malinconiche e vagheggiando ancora i due grandi progetti ai quali teneva tantissimo: la trasposizione di un
don Chisciotte della Mancia e un film da girare interamente muto.
Lattuada lo voleva anche come interprete di un film tratto da una novella di
Pirandello,
La cattura, ma questo progetto si arenò perché Totò incontrò sulla sua strada uno dei più lucidi scrittori e intellettuali del
Novecento,
Pier Paolo Pasolini, il quale lo spogliò di tutta la sua aggressività e cattiveria, per farne un sottoproletario innocente in un film sulla crisi del
marxismo dopo la morte di
Palmiro Togliatti,
Uccellacci e uccellini; si ricordino le stupende sequenze dei tentativi di evangelizzazione dei falchi e dei passerotti, uno dei massimi punti del suo talento.
Per questa grande interpretazione, realizzata da Totò ormai quasi cieco, vinse nel
1966 una
Palma d'oro speciale al
Festival di Cannes e un
Nastro d'Argento come miglior attore dell'anno. Con Pasolini fece in tempo a girare altri due cortometraggi tra la fine del
1966 e l'inizio del
1967, il più riuscito
La Terra vista dalla Luna e l'emozionante e poetico
Che cosa sono le nuvole? il suo autentico testamento artistico, nel quale interpreta la marionetta di Jago nella recita
shakesperiana in un teatro di marionette che, dopo aver convinto Otello (
Ninetto Davoli) a uccidere Desdemona (
Laura Betti) viene distrutta dal pubblico e mandata al macero in una discarica, dove, prima di morire, si accorge di quella grande bellezza del creato che sono le nuvole. Questa degnissima conclusione della carriera cinematografica ebbe però un'appendice deludente col piccolo schermo.
Le delusioni televisive
La massoneria
Dopo il forzato addio per l'incidente nella trasmissione
Il Musichiere e l'intervista di
Lello Bersani, Totò rientrò sul piccolo schermo nel
1965 in un varietà del sabato sera,
Studio Uno, scritto da
Castellano e Pipolo, accanto a
Mina. Partecipò a due trasmissioni: nella prima cantando in duo una sua canzone, nella seconda proponendo un vecchio sketch con
Mario Castellani. Ma provocò sconcerto il fatto che la censura televisiva tagliasse una battuta che ironizzava sugli onorevoli.
Allora Totò propose un'idea accarezzata da tempo: una storia della comicità teatrale attraverso ricostruzioni di battute di ogni tempo, con una introduzione per dimostrare come si rideva in una determinata epoca, a confronto con battute più fresche e moderne. Se fosse stata realizzata e conservata sarebbe oggi un documento impressionante di dimostrazione comica: Totò, insieme al fidato Castellani, impiegò diversi mesi per ricostruire e ricercare vecchi copioni brillanti, ma i produttori alla fine decisero di proporre e realizzare una serie di nove telefilm a cura di
Daniele D'Anza, girati alla meglio e in gran fretta; cinque episodi autoconclusivi in cui Totò è protagonista assoluto, e altri quattro nei quali il principe è costretto a dividere la scena con le mode del momento (il bravissimo
Ubaldo Lay, popolarissimo in quel periodo come il
Tenente Sheridan) e con i cantanti e complessi musicali più in voga.
Una disgraziata operazione nella quale intervenne un'implacabile censura televisiva, che richiese di rigirare interamente un episodio,
Il tuttofare, e modificarne parecchi altri.
Daniele D'Anza venne intanto chiamato a girare uno sceneggiato, presumibilmente
Abramo Lincoln e la direzione passò dapprima a
Bruno Corbucci (fratello di
Sergio) e in seguito a
Sandro Bolchi, i quali non finiranno in tempo il lavoro; il
12 aprile 1967 si girò lo sketch del contrabbasso del telefilm
Totò Ye Ye. Tre giorni più tardi l'attore morì lasciando incompleta la serie.
Tra il
1957 e il
1967, l'attore comico visitò spesso
Lugano, prendendo in affitto un appartamento con vista sul golfo del
Ceresio in Riva Caccia (nei pressi del quartiere di
Loreto dove vive Mina Mazzini), dove poté godersi in relativa tranquillità, lontano dai riflettori, l'amenità del clima e l'efficienza dei servizi.
Gli ultimi lavori
Gli ultimi giorni di vita di Totò furono densi, quasi sovraccarichi di lavoro. Nonostante la malattia l'attore continuava ancora a fumare una sessantina di sigarette al giorno e a bere una quindicina di tazze di caffè, la sua normale razione quotidiana. I progetti si accavallavano sempre di più: apparve anche in un ruolo da guest-star nel film di
Dino Risi Operazione San Gennaro.
Ugo Gregoretti, regista graffiante e sarcastico famoso per
Omicron e Il pollo ruspante (episodio del film collettivo
Ro.Go.Pa.G.), che aveva già lavorato con lui nel
1964 in un episodio grottesco e riuscito del film
Le belle famiglie, lo volle nella parte del giudice nello sceneggiato
Il circolo Pickwick da
Charles Dickens (lo sostituirà poi
Tino Buazzelli). Gli fu anche proposta una parte ne
I fratelli Cuccoli, tratto dal romanzo di
Aldo Palazzeschi.
Il regista di
caroselli pubblicitari
Luciano Emmer, col quale aveva lavorato nell'autunno del
1966 in una serie di nove short per il dado da brodo Star (dei quali oggi, ne sopravvivono soltanto due) lo voleva in una parte nello sceneggiato televisivo
Geminus (realizzato solo due anni più tardi); persino
Luchino Visconti pensò a lui per il ruolo di
Antonio Petito in un progetto di film sulla sua vita.
Totò progettava anche un rientro sul palcoscenico con
Napoli notte e giorno di
Raffaele Viviani, diretto da
Giuseppe Patroni Griffi. Riuscì ad accordarsi col regista
Giuliano Biagetti per il progetto di una seconda serie di caroselli pubblicitari, realizzati solo in parte e poi misteriosamente trafugati, come documentato da
Marco Giusti nel suo studio sul più famoso contenitore pubblicitario italiano.
La morte improvvisa
« È morta l'ultima maschera della commedia dell'arte. »
(
Nino Manfredi al telegiornale del 15 aprile 1967)
Totò morì nella sua casa dei
Parioli alle 3:25 del mattino del
15 aprile 1967 all'età di 69 anni, stroncato da una serie improvvisa di tre
infarti.
Le sue ultime parole furono, secondo Franca Faldini: "T'aggio voluto bene Franca, proprio assaje", sebbene secondo la figlia Liliana disse: "Ricordatevi che sono cattolico, apostolico, romano".
La sua salma fu vegliata per due giorni da tutte le personalità della politica e dello spettacolo giunte a commemorarlo e a rimpiangerlo. La Faldini raccontò un episodio amaro: il sacerdote che venne nella casa dei Parioli in cui avevano vissuto insieme per 15 anni accettò di benedire la salma ancora calda di Totò soltanto se ella, vedova "biblica", fosse uscita sul pianerottolo.
Il
17 aprile 1967 il feretro partì tra ali di folla per
Napoli, sua città natale, dove si svolsero i
funerali solenni di fronte a una folla traboccante, valutata in circa 200.000 persone, che lo accolsero fin dall'arrivo dell'auto al casello autostradale, poi il suono delle campane salutò per l'ultima volta Totò. Alcune persone furono colte da malore per lo spavento di vedere lì, in mezzo ai funerali, Totò vivo; l'uomo che tanto assomigliava al principe era in realtà l'attore
Dino Valdi, per molti anni controfigura di Totò.
L'orazione funebre venne tenuta da
Nino Taranto:
« Amico mio, questo non è un monologo, ma un dialogo perché sono certo che mi senti e mi rispondi, la tua voce è nel mio cuore, nel cuore di questa Napoli, che è venuta a salutarti, a dirti grazie perché l'hai onorata. Perché non l'hai dimenticata mai, perché sei riuscito dal palcoscenico della tua vita a scrollarle di dosso quella cappa di malinconia che l'avvolge. Tu amico hai fatto sorridere la tua città, sei stato grande, le hai dato la gioia, la felicità, l'allegria di un'ora, di un giorno, tutte cose di cui Napoli ha tanto bisogno. I tuoi napoletani, il tuo pubblico è qui, ha voluto che il suo Totò facesse a Napoli l'ultimo "esaurito" della sua carriera, e tu, tu maestro del buonumore questa volta ci stai facendo piangere tutti. Addio Totò, addio amico mio, Napoli, questa tua Napoli affranta dal dolore vuole farti sapere che sei stato uno dei suoi figli migliori, e che non ti scorderà mai, addio amico mio, addio Totò. »
Peppino De Filippo, impossibilitato a partecipare, inviò un telegramma da
Salsomaggiore Terme. Fu sepolto a
Napoli nella tomba di famiglia del
Cimitero di Santa Maria del Pianto accanto ai genitori e all'amata
Liliana Castagnola.
La figlia Liliana raccontò che un guappo del
Rione Sanità, nel suo quartiere, volle fare una sorta di secondo funerale, da tenersi il 22 maggio, pochi giorni dopo il trigesimo; nonostante la bara fosse vuota, c'era la stessa folla acclamante e piangente di qualche giorno prima.
Franca Faldini, diventata giornalista pubblicista nel
1968, raccontò in uno scritto del
1977,
Quindici anni con Antonio De Curtis, l'uomo umano (come lei lo definisce) che faceva capolino nella vita privata del grande artista.
Nel
1981 venne pubblicato anche Dedicate all'ammore, raccolta di poesie che Totò aveva scritto alla Faldini.
Liliana De Curtis, unica figlia del comico, è tuttora attiva per mantenere vivo il ricordo del padre.
Il rilancio definitivo
Totò, fino alla sua morte fu spesso sottovalutato, ignorato se non osteggiato dalla critica.
Tuttavia circa cinque anni dopo la sua morte prese il via un imprevisto e fulmineo revival, iniziato nel
1971 con proiezioni in sordina nei cinema di periferia (ma a Roma il centralissimo Farnese di Campo dei Fiori gli dedicò un mese intero di proiezioni, e anche Quirinetta nei pressi di Fontana di Trevi. Durante le proiezioni, quei luoghi furono gremiti di giovani, seduti anche in terra fra le file delle poltrone) di film come
Totò a colori o
Miseria e nobiltà (si racconta che qualcuno vide anche
Michelangelo Antonioni uscire visibilmente soddisfatto da una sala dove si proiettava un suo film).
Ma è grazie alla televisione privata che Totò ottenne il rilancio. Due registi dell'emittente privata napoletana
Canale 21, nel
1976, recuperarono in archivio i film di Totò per mandarli in onda il giovedì sera, fino a passaggi televisivi sempre più massicci, per approdare al mercato dell'
home video. Per non parlare degli spot pubblicitari, per finire con libri, dischi e gadget editoriali di ogni tipo. Totò è stato forse l'unico attore italiano ad aver conquistato la quinta generazione di pubblico.
La questione nobiliare
Dopo l'adozione nel
1933 da parte del marchese Francesco Maria Gagliardi Focas e il successivo riconoscimento, quattro anni più tardi, come figlio legittimo da parte del padre naturale (Giuseppe de Curtis), Totò intraprese lunghe e costosissime battaglie legali, portate avanti con caparbia determinazione, per il riconoscimento di nobiltà, anche grazie all'aiuto di esperti avvocati. Totò riteneva di appartenere a un ramo molto decaduto dei nobili de Curtis, quello dei conti di Ferrazzano, sebbene tale discendenza non sia mai stata dimostrata
. La sentenza del tribunale di Napoli del 1945 gli permetteva, di fatto, di confermare i titoli del genitore adottivo e di vantare una presunta discendenza dalla stirpe imperiale bizantina.
Il
16 marzo 1960 la
Repubblica di San Marino riconobbe il titolo di conte con il predicato di Ferrazzano alla figlia di Totò, Liliana, con decreto presidenziale sammarinese. Lo stemma è d'oro a tre bande di azzurro, al capo dello stesso, con un crescente montante di argento, accompagnato da tre stelle di otto raggi d'oro, 1 e 2.