26.4.12

Alessandro Gassman



Alessandro è nato a Roma il 24 febbraio 1965, figlio dell'attore italiano Vittorio Gassman (Il padre nacque a Genova con il cognome di Gassmann da padre tedesco e da madre ebrea italiana originaria di Pisa) e dell'attrice francese Juliette Mayniel. Debutta a 17 anni nel film autobiografico Di padre in figlio, scritto, diretto e interpretato con il padre Vittorio, con il quale poi studia recitazione presso la "Bottega Teatrale" di Firenze e interpreta a teatro nel 1984 Affabulazione di Pier Paolo Pasolini.

Nel 1996, dopo anni di sincera amicizia con Gianmarco Tognazzi, inizia con lui un sodalizio artistico che li ha visto recitare assieme nei film Uomini senza donne, Facciamo fiesta, Lovest, I miei più cari amici, Teste di cocco, Ex e Natale a Beverly Hills, nella versione teatrale di A qualcuno piace caldo e doppiare il cartoon La strada per Eldorado.

Nel 1997 recita nel film Il bagno turco di Ferzan Ozpetek, che riscuote un ottimo successo sia in Italia che in molti altri paesi. La sua interpretazione gli vale molti riconoscimenti.

Viene scelto da Yves Saint Laurent come testimonial per la campagna pubblicitaria del profumo "Opium" e posa nudo per il calendario sexy 2001 della rivista Max; diviene inoltre testimonial per Lancia della Musa, e presta la sua faccia per il liquore Glen Grant.

Successivamente partecipa a fiction tv come Piccolo mondo antico, Le stagioni del cuore, La guerra è finita e La Sacra Famiglia, partecipa negli USA al film d'azione Transporter: Extreme e in Italia alla commedia Non prendere impegni stasera.

È del 2008 la sua partecipazione al film Caos calmo dove, nella parte del fratello del protagonista interpretato da Nanni Moretti, la sua interpretazione lascia il segno vincendo il David di Donatello per il miglior attore non protagonista, il Ciak d'oro, il Nastro d'Argento e il Globo d'oro della stampa estera. Nello stesso anno ha adattato per il teatro il dramma La parola ai giurati, scritto da Reginald Rose nel 1954 e già oggetto di un film di Sidney Lumet del 1957: lo spettacolo viene riproposto anche nel 2009, anno in cui è nuovamente protagonista sul grande schermo di 4 padri single di Paolo Monico, Ex di Fausto Brizzi e Il compleanno di Marco Filiberti e sul piccolo di Pinocchio di Alberto Sironi.

Nel 2010, insieme a Giancarlo Scarchilli, ha realizzato un documentario sul padre Vittorio a dieci anni dalla scomparsa, Vittorio racconta Gassman, presentato in apertura della Mostra del Cinema di Venezia.

Nel 2012 sostituisce Luca Argentero per cinque puntate alla conduzione del programma Le iene

Paul Nicklen









24.4.12

cuscus





Il cuscus o cuscussù (in francese: couscous; in arabo maghrebino: kuskusu; in berbero: seksu) è un alimento tipico del Nordafrica e della Sicilia occidentale, costituito da agglomerati ovvero granelli di semola cotti a vapore (del diametro di un millimetro prima della cottura).

Tradizionalmente il cuscus veniva preparato con semola di grano duro, Triticum durum, quella farina granulosa che si può produrre con una macinatura grossolana utilizzando macine primitive, ma oggi con questo nome ci si riferisce anche ad alimenti preparati con cereali diversi, come orzo, miglio, sorgo, riso o mais. Solitamente esso accompagna carni in umido e/o verdure bollite (sulla costa del mar Mediterraneo anche pesce in umido). Può essere reso piccante accompagnandolo con la harissa (usata soprattutto in Tunisia).

Questo piatto è l'alimento tradizionale di tutto il Nordafrica, al punto che lo si potrebbe definire "piatto nazionale" dei Berberi. In gran parte di Algeria, Marocco, Tunisia e Libia è conosciuto semplicemente col nome arabo: طعام, taˁām, "cibo". Oltre che nel Maghreb, esso è molto diffuso anche nell'Africa Occidentale, in Francia (secondo piatto preferito dai francesi), in Belgio e anche nel Vicino Oriente (in particolare, in Israele presso gli Ebrei di origine magrebina). In Giordania, Libano e Palestina viene chiamato maftūl (ritorto).

Il cuscus preparato nel trapanese, in Sicilia, è cotto a vapore in una speciale pentola di terracotta smaltata, ma il condimento a differenza di quello magrebino è un brodo di zuppa di pesce. Dalla Sicilia, il cuscus è stato portato a Livorno (cuscus d'agnello) e a Genova.

Negli Stati Uniti il cuscus è conosciuto come tipo di pasta, probabilmente per influsso degli immigrati siciliani, mentre altrove è per lo più considerato come un cereale a sé. È particolarmente apprezzato per la sua rapidità di preparazione.

Storia

Uno dei primi riferimenti scritti al cuscus viene dall'anonimo autore di un libro di cucina dell'Andalusia musulmana del XIII secolo, il Kitāb al-tabīkh fī al-Maghrib wa l-Andalus, che dà una ricetta per il cuscus che era "ben noto in tutto il mondo". Il modo in cui in quest'opera compare il nome dell'alimento (preceduto dall'articolo al- ma senza valore determinativo) dimostra che era una parola berbera e non araba. Il cuscus era noto anche nel regno nasride di Granada. Sempre nel XIII secolo uno storico siriano di Aleppo cita il cuscus in quattro occasioni. Queste citazioni così antiche mostrano che il cuscus si diffuse rapidamente, ma che in generale esso era comune soprattutto nell'occidente islamico fino alla Tripolitania, mentre più ad est, a partire dalla Cirenaica, la cucina era soprattutto di tipo egiziano, in cui il cuscus costituiva solo un piatto occasionale. Oggi, il cuscus è conosciuto in Egitto e nel Vicino Oriente, ma in Marocco, Algeria, e Tunisia, il cuscus è il piatto-base.

Uno dei primi riferimenti al cuscus in Europa settentrionale è in Bretagna, in una lettera datata 12 gennaio 1699. Ma già molto tempo prima esso aveva fatto la sua comparsa in Provenza, dove il viaggiatore Jean Jacques Bouchard scrive di averlo mangiato a Tolone nel 1630.

Origini africane

Vi sono crescenti indizi del fatto che il processo di cottura tipico del cuscus, in particolare la cottura a vapore dei grani sul brodo in una pentola speciale, potrebbe avere avuto origine prima del decimo secolo in un'area dell'Africa Occidentale che abbraccia gli attuali Niger, Mali, Mauritania, Ghana, e Burkina Faso. Ibn Battuta viaggiò in Mali nel 1352, e in quella che è l'odierna Mauritania ebbe un cuscus di miglio. Egli osservò anche un cuscus di riso nella zona del Mali nel 1350. Va anche ricordato che per secoli i Berberi nomadi ricorrevano a donne nere per cuocere il cuscus, il che potrebbe essere un'ulteriore indicazione dell'origine subsahariana dell'alimento.

Preparazione

I chicchi di cuscus vengono fatti con la semola (grano duro macinato grossolanamente) o, in alcune regioni, da orzo o miglio macinati grossolanamente. La semola viene aspersa d'acqua e lavorata con le mani per farne pallottoline, che vengono asperse di semola asciutta per tenerle separate, e poi passate al setaccio. Le pallottoline che sono troppo piccole per costituire i chicchi di cuscus passano attraverso il setaccio e vengono di nuovo asperse di semola asciutta e lavorate a mano. Questo processo continua fino a che tutta la semola è stata trasformata nei minuscoli chicchi del cuscus.

Questo procedimento richiede una lavorazione molto prolungata. Nella società tradizionale le donne solevano radunarsi a gruppi per vari giorni per preparare insieme una grande quantità di cuscus in grani. Questi ultimi, seccati al sole, potevano poi durare per parecchi mesi. Al giorno d'oggi, la produzione del cuscus è in gran parte meccanizzata, e questo prodotto viene venduto sui mercati di tutto il mondo.
Allo stesso modo si possono preparare le pallottoline di berkukes, che si differenziano per essere più grosse dei chicchi del cuscus normale.

Cottura

Il cuscus dovrebbe essere passato al vapore due o anche tre volte. Quando è cotto come si deve è morbido e leggero, non dovrebbe essere gommoso né formare grumi. Il cuscus che si trova in vendita nei supermercati occidentali è solitamente passato al vapore una prima volta e poi essiccato, e le istruzioni sulla confezione consigliano di aggiungervi un po' di acqua bollente per renderlo pronto al consumo. Questo metodo è rapido e facile da preparare: basta mettere il cuscus in una ciotola e versarvi sopra l'acqua o il brodo bollente, coprendo poi la ciotola con un foglio di plastica. Il cuscus si gonfia e nel giro di pochi minuti è pronto da servire, dopo averlo rimescolato con una forchetta. Il cuscus precotto richiede meno tempo per la preparazione rispetto alla pasta asciutta o al riso.

Cuscussiera

Il metodo tradizionale del Nordafrica prevede l'uso di un recipiente per la cottura a vapore chiamato taseksut in berbero, kiska:s in arabo o cuscussiera (couscoussier o couscoussière in francese). La base è una pentola di metallo allungata a forma bombata in cui si cuociono le verdure e la carne in umido. Sopra questa base viene collocato il recipiente dal fondo forato in cui il cuscus si cuoce a vapore assorbendo i sapori del brodo sottostante. Se l'incastro tra il bordo della pentola inferiore e il recipiente superiore non è ermetico, spesso viene posto uno strofinaccio umido per non far fuoriuscire il vapore dai lati. Non vi sono molte prove archeologiche di un uso antico del cuscus, ma può darsi che questo si debba al fatto che le cuscussiere antiche erano fatte di materiali organici, destinati a non sopravvivere.

In Algeria, Tunisia e Marocco, il cuscus viene generalmente servito con verdure (carote, rape, ecc.) lessate in un brodo più o meno piccante, e qualche tipo di carne (di solito, pollo, agnello o montone); in Marocco, sul cuscus si può trovare anche del pesce in salsa agrodolce con uvetta e cipolle; in alcune regioni della Libia si usano anche pesce e calamari. il brodo della carne in Tunisia è rosso, con pomodoro e peperoncino, mentre in Marocco di solito è giallo.

In Marocco a volte il cuscus viene servito anche alla fine del pasto o da solo, come prelibatezza chiamata seffa. Il cuscus viene cotto più volte, e poi lavorato con carne e verdure, fino a farlo diventare molto morbido e di colore pallido. A questo punto ci si sparge sopra mandorle, cannella e zucchero. È tradizione servire questo dessert insieme a latte aromatizzato con acqua di fiori d'arancio, oppure lo si può servire in una ciotola da solo con siero di latte come minestra leggera per cena.

Il piatto è oggi popolare anche nella ex potenza coloniale del Nordafrica, la Francia, dove per cuscus si intende di solito il cuscus con il suo contorno. Nei negozi e supermercati francesi si trovano spesso confezioni contenenti una scatola di cuscus precotto di rapida preparazione ed una lattina di verdure, solitamente con la carne. Vi sono perfino ricette brasiliane che prevedono il cuscus bollito messo in una forma con altri ingredienti a mo' di timballo.

Il cuscus trapanese

cùscusu (cuscus) di pesce, piatto tipico della cucina trapaneseIn Sicilia, a Trapani, (territorio con frequenti legami nel secolo scorso con Tunisia e Libia), e nelle zone limitrofe come Favignana e San Vito Lo Capo, (cuscusu in dialetto), è divenuto di uso quasi quotidiano. La semola è incocciata e poi cotta a vapore in una speciale pentola forata di terracotta smaltata. Ma il condimento, a differenza di quello magrebino, è la Ghiotta, un brodetto di pesce misto di (scorfano rosso, scorfano nero, cernia, pesce San Pietro, vopa, gallinella, luvaro, e anguilla delle saline della zona, insieme a qualche gambero o scampo).
Altra versione siciliana sono i "frascatuli", palline di semola impastata, accompagnati con brodo di pesce o zuppe di broccoli, ceci e verdure. Tale piatto esiste anche in Sardegna, cucinato alla stessa maniera, e chiamato Fregula.
Il cuscus trapanese è inserito tra i Prodotti agroalimentari tradizionali siciliani riconosciuti dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, su proposta della Regione Siciliana.

Il Maftul palestinese

Il Maftul è un piatto tipico palestinese, dall'arabo مفتول, torsione o rotazione della mano del cuoco per creare i granuli. Il Maftul può essere paragonato al cuscus africano, per il fatto che in tutti due i casi, si usa il semolino. La differenza: nel cuscus africano i granuli sono più piccoli. Il maftul va cotto in apposita pentola a vapore.

Il cuscus israeliano
Il cuscus nella cucina israeliana (in ebraico: קוסקוס, in trascrizione: qūsqūs), conosciuto anche come maftūl o cuscus in perle, è una versione del cuscus a grani più grossi, che viene anche servito in modi diversi. Nella cucina occidentale viene spesso usato come base per piatti di salmone o di pollo, oppure viene messo nelle insalate. Un uso simile a quello dell'egg barley (risoni di pasta all'uovo), tipico della cucina dell'Europa orientale (qualcosa di analogo nella cucina italiana sono i manfrigoli).

Si dice che il cuscus israeliano si sia diffuso per venire incontro alle esigenze delle ondate di Ebrei immigrati da diverse parti del Vicino Oriente dopo la proclamazione di indipendenza dello Stato di Israele nel 1948. A quell'epoca il grano era relativamente abbondante, mentre c'era scarsità di riso. Il cuscus puntava a fornire un'alternativa al riso per quegli immigrati dai paesi arabi orientali e dalla Persia per i quali il riso costituiva il piatto base.

Il cascà

Il cascà o cashcà è una variante del cuscus alle verdure. La sua presenza nella cucina di Carloforte e Calasetta, in Sardegna, ha ragioni storiche assai intuibili: Carloforte nel 1738 fu fondata da una colonia di corallari liguri, trasferitisi nel XVI sec. sull'isoletta tunisina di Tabarka, approdati nel XVIII sec. nell'Isola di San Pietro. In passato il cashcà era un piatto semplice e povero: gli elementi base della sua preparazione erano, oltre alla semola opportunamente lavorata, il cavolo cappuccio o il cavolfiore ed i ceci. Col tempo il piatto si è evoluto, ed alla ricetta base si sono aggiunte le varie verdure di stagione e la carne suina. Il piatto così trasformato è divenuto cibo della festa in epoca recente, preparato soprattutto in occasione della festa patronale di San Carlo. Da parecchi anni nel mese di aprile a Carloforte si tiene una sagra con lo scopo di valorizzare questo tipico piatto della tradizione culinaria tabarkina.

20.4.12

Rosalia Porcaro



Rosalia Porcaro nasce a Casoria. Nel 1984 si iscrive ad una scuola di recitazione e frequenta le compagnie di Antonio Casagrande, Rino Marcelli e Renato Carpentieri; nel 1985 inizia la sua attività al Teatro Bellini di Napoli sostituendo un'attrice in uno spettacolo tratto dalle commedie di Eduardo Scarpetta.

In seguito recita in diversi spettacoli con testi di Jules Laforgue, Giambattista Basile, Luigi Pirandello, Georges Feydeau. Nel 1997 partecipa a una serata di giovani emergenti al Maschio Angioino, presentata da Francesco Paolantoni, come autrice e attrice comica nei panni di "Veronica". Il personaggio riscuote successo in televisione grazie al programma regionale TeleGaribaldi, ma la notorietà nazionale arriva soprattutto con programmi televisivi trasmesse da Rai come Convenscion, Superconvenscion e L'ottavo nano, in cui interpreta il personaggio di "Natascha"; partecipa inoltre a Markette di La7, e il programma radiofonico Pelo e Contropelo su Radio Kiss Kiss.

Rosalia Porcaro appare inoltre in BRA - Braccia rubate all'agricoltura e in Zelig Off, dove presenta il personaggio di Assundam, donna afgana del Sud che parla della sua vita con il velo; l'attrice sarà presente anche nelle successive edizioni e in Zelig Circus nel 2005. Nello stesso anno partecipa a Tutti all'attacco, diretto da Lorenzo Vignolo, in cui Rosalia Porcaro interpreta Filly, aspirante cantante lirica napoletana moglie del personaggio interpretato da Massimo Ceccherini. Nel 2009 è nuovamente nel cast di Zelig Off e in Quork, su La7.

Nel 2010 partecipa ai programmi comici Zelig, in onda su Canale 5, Stiamo tutti bene su Raidue e alle fiction Notte prima degli esami, diretta da Elisabetta Marchetti e Area Paradiso, di Diego Abatantuono.

Nel 2011 debutta con lo spettacolo Una donna sola, basato su un testo di Franca Rame e Dario Fo, all'interno della rassegna estiva del Teatro Ariston, le cui repliche proseguono durante la stagione invernale

Nel 2012 figura come comica nella trasmissione di Sabina Guzzanti Un due tre stella su La7.

Personaggi

I suoi personaggi sono ripresi dalla quotidianità proletaria e verace, e impersonano i difetti e le debolezze dell'italiano medio.

Veronica, operaia in una fabbrica di borse, ama Genni ma è ostacolata nel suo amore dalla suocera. Ingenua e infantile non si accorge di essere sfruttata dal padrone che anzi lei stima profondamente. Fraintende puntualmente le vessazioni che riceve in fabbrica ma si sente una donna moderna (va “dallo psicologo”) e cerca di farsi accettare dalla suocera, che non apprezza i suoi tentativi di apparire una brava donna di casa.

La suocera, madre di Genni, sedicente donna di cultura («je teng' e libbr' pe’tutt’part'») vive nell’orgoglio esagerato per i figli laureati in legge e nel disprezzo per il marito disoccupato. Cinica e meschina, indolenzita dalla vecchiaia riversa sui poveri malcapitati tutta la sua cattiveria. In particolare sulla fidanzata del figlio, che fa di tutto per allontanare sottoponendola a prove sempre più difficili.

Natasha, personaggio comico basato sulla cantante trans Valentina Ok. Natasha è una giovane cantante neomelodica napoletana pronta a dare consigli sull'amore, il sesso e i tradimenti. Il suo punto di vista smaliziato di donna sedotta e abbandonata si scontra con le insicurezze e le ingenuità di chi la chiama, con risultati grotteschi. Eccentrica e trasgressiva ha riscosso successo prima in tutto il quartiere Pignasecca e poi alla trasmissione di Raidue L'ottavo nano con la hit "Sesso senza cuore".

Assundam, tipica donna afgana del Sud (ma con un forte accento partenopeo) che ironizza sulla “democrazia della guerra” parlando della sua vita sotto il velo. Assundam era nel cast delle ultime edizioni di “Zelig Circus” e dell'ottavo nano.

l'angolo pittura XXXVII









19.4.12

Paolo Poli



« Fra i suoi molteplici volti nascosti, c’è essenzialmente quello d’un soave, ben educato e diabolico genio del male: è un lupo in pelli d’agnello, e nelle sue farse sono parodiati insieme gli agnelli e i lupi, la crudeltà efferata e la casta e savia innocenza »
(Natalia Ginzburg su Paolo Poli)

Dopo la laurea in letteratura francese (con una tesi su Henry Becque), inizia ad affermarsi intorno agli anni cinquanta: i primi esordi sono nei piccoli teatri cittadini, come a «La borsa di Arlecchino» di Genova, piccolo teatro d'avanguardia in via XX Settembre (nato anche grazie ad Aldo Trionfo): qui Poli comincia a farsi notare per la sua pungente ironia, il suo garbato istrionismo, la sua vena poetica e surreale contornata da momenti comici e giochi linguistici apprezzati anche da capocomici illustri come Tina Pica e Polidor, con i quali ebbe modo di lavorare.

Nei primi anni sessanta è protagonista di una trasmissione televisiva sulla RAI in cui legge favole per bambini tratte da Esopo e da famosi racconti letterari. È proprio lui, tra le altre cose, sul finire degli anni sessanta, a "scoprire" un giovanissimo Marco Messeri, che difatti può essere considerato teatralmente l'unico vero erede di Poli. Sempre per la RAI, realizza lo sceneggiato " I tre moschettieri", insieme a Marco Messeri, Milena Vukotic e Lucia Poli. Lavora inoltre con Sandra Mondaini in Canzonissima.

Rifiutò, come lui stesso racconta, una parte in 8½ propostagli dall'amico Federico Fellini. Ha diretto come regista ed è stato principale attore di varie opere teatrali, fra cui Aldino mi cali un filino, Rita da Cascia, Caterina De Medici, L'asino d'oro, I viaggi di Gulliver, La leggenda di San Gregorio, Il coturno e la ciabatta, La nemica di Dario Niccodemi. Lo spettacolo Rita da Cascia, che dava una lettura comica e irriverente della storia di Santa Rita, diede vita a molte polemiche, con Oscar Luigi Scalfaro che denunciò Poli per vilipendio alla religione.

Compiuti gli 80 anni, è ancora attivo e recita nei Sillabari, commedia tratta dai racconti di Goffredo Parise. Ha anche recitato in vari audiolibri, tra cui una edizione di Pinocchio negli anni '70, edita da "Fratelli Fabbri Editori" e composta da 21 dischi a 45 giri. Ha coltivato anche la carriera di cantante, pubblicando un primo singolo nel 1960 e in seguito diversi album veri e propri. Anche sua sorella Lucia è attrice teatrale e cinematografica, e insieme a lei, a partire dagli anni settanta, ha interpretato quattro spettacoli teatrali. È stato in Italia uno dei primi personaggi pubblici dichiaratamente omosessuali.

sesso e cinepanettoni



di Ilaria Ravarino

ROMA - Due film, la tv, il teatro: Stefania Rocca il secondo figlio le ha dato la carica?
«A volte il lavoro è una necessità. Dopo la maternità non vedevo l’ora di tornare su un set».
Un set non italiano: «The invader» l’ha presentato al festival di cinema francese Rendez Vous.
«Adoro il cinema francese: produce più facilmente le opere prime e nelle sale il cinema nazionale è tutelato. Li prendevamo in giro perché sono nazionalisti, ma dopo gli Oscar hanno raccolto i risultati».
E noi?
«Noi niente. Non sappiamo difendere il nostro patrimonio culturale e non l’abbiamo mai fatto. Ci censuriamo sia a livello economico, evitando investimenti rischiosi, sia sul piano dei contenuti: se una cosa funziona, da noi si ripete all’infinito. E così ci ritroviamo solo con i cinepanettoni».
«The invader» è stato alla Mostra di Venezia. E si è parlato solo di una scena.
«Quella dell’amplesso. Si parla solo di quello perché in Italia si ha la convinzione che il nudo attiri, che sia il sesso a mandare la gente al cinema».
E invece?
«E invece un film così lo si vede per altre ragioni: perché parla dell’alienazione di chi emigra in un paese più ricco, e del senso di estraniamento di chi ha il denaro ma non è felice».
Denaro e infelicità: ne parla anche su Rai1 con «Una grande famiglia».
«Sono contenta che abbia successo. È una serie ben scritta, che mescola dramma e mistery e racconta uno spaccato poco noto dell’Italia, quello del Nord delle piccole imprese in crisi».
Ha una ricetta per aiutarle?
«Non sono una politica, ma si potrebbe fare di più per imprese che sono il polmone del paese».
Ha detto che «Una grande famiglia» è la risposta a «Tutti pazzi per amore»: perché?
«Perché Tutti pazzi per amore parla con ironia di una famiglia allargata, qui c’è il dramma di una grande famiglia dispersiva».
Rimpiange la leggerezza di «Tutti pazzi per amore»?
«No. Ma sono contenta che la serie sia andata avanti senza di me».
Anche a teatro, con «L’anno del pensiero magico», non cerca la risata. Anzi.
«È un monologo che parla di come la vita continui nonostante la morte. È un testo forte. Il pensiero magico è la formula segreta per ottenere ciò che si vuole».
E la sua formula è?
«Se studio, raccoglierò i risultati del mio lavoro. L’ho pensato, l’ho fatto, è successo».
Tra i suoi prossimi progetti c’è un altro film. Italiano?
«No, austriaco. Si chiama Die kleine Lady ed è una versione femminile e un po’ femminista de Il Piccolo Lord».

l'angolo pittura XXXVI