martedì 9 agosto 2011

Cartesio






« Cogito ergo sum »
« Penso dunque sono »
(René Descartes, Principia philosophiae)

René Descartes, latinizzato in Renatus Cartesius e italianizzato in Renato Cartesio o, in passato, Renato Delle Carte è stato un filosofo e matematico francese. È ritenuto fondatore della filosofia e della matematica moderna.
Cartesio estese la concezione razionalistica di una conoscenza ispirata alla precisione e certezza delle scienze matematiche, così come era stata propugnata da Francesco Bacone, ma formulata e applicata effettivamente solo da Galileo Galilei, a ogni aspetto del sapere, dando vita a quello che oggi è conosciuto con il nome di razionalismo continentale, una posizione filosofica dominante in Europa tra XVII e XVIII secolo.

Cartesio nacque il 31 marzo del 1596 a La Haye, in una casa «delle più nobili, delle più antiche e delle più in vista della Touraine». Il suo primo biografo, Pierre Borel, credeva invece che fosse nato nella casa che i Descartes possedevano a Châtellerault, nel Poitou: entrambe le case esistono ancora e del Poitou erano originari gli avi del filosofo, che non erano però nobili. Il nonno Pierre Descartes era un medico e il figlio Joachim (1563-1640), che esercitò l'avvocatura a Parigi, nel 1585 acquistò la carica di consigliere del Parlamento di Rennes, dove si trovava quando la moglie Jeanne Brochard (1570-1597) partorì René, terzo figlio dopo le nascite di Jeanne (1590-1640) e di Pierre (1591-1660).
René fu battezzato il 3 aprile nella chiesa di Saint-Georges, prendendo il nome dal padrino, lo zio materno e giudice a Poitiers, René Brochard des Fontaines: fu subito affidato a una balia che si prese a lungo cura di lui, gli sopravvisse e percepì una pensione dal filosofo che prima di morire chiese ancora ai fratelli di sostenerla. La madre di René morì infatti l'anno dopo, il 13 maggio 1597, dando alla luce un altro figlio che sopravvisse solo tre giorni e Joachim Descartes si risposò intorno al 1600 con Anne Morin, una bretone conosciuta a Rennes, dalla quale ebbe due figli, Joachim (1602-1680) e Anne.
Orfano di madre e con il padre spesso assente, furono soprattutto la nonna materna e la nutrice a prendersi cura di René, che passò l'infanzia a La Haye con i due fratelli e vi ricevette l'istruzione elementare da un precettore: il costante pallore e una frequente tosse secca facevano dubitare ai medici che egli potesse vivere a lungo e ritardarono l'inizio dei suoi studi regolari.

Gli studi

Solo nella ricorrenza della Pasqua del 1607 entrò nel collegio di La Flèche - fondato da Enrico IV nel 1603 e assegnato ai gesuiti - che già godeva di alta rinomanza e dove il fratello Pierre vi aveva sùbito iniziato gli studi nel 1604, come l'erudito Marin Mersenne. Gli studenti, provenienti da ogni parte della Francia senza distinzione di classe sociale, erano tenuti al solo pagamento della pensione e i corsi prevedevano tre anni di studio della grammatica, tre anni di studi umanistici e tre anni di filosofia. Coloro che avessero voluto intraprendere la carriera ecclesiastica vi avrebbero continuato a studiare per altri cinque anni la teologia e le Scritture.
Scarso era l'insegnamento della matematica, impartito per meno di un'ora al giorno ai soli studenti del secondo anno di filosofia. S'insegnava esclusivamente la filosofia aristotelica in un corso triennale ripartito nell'apprendimento della logica, basato sui manuali di Francisco Toledo e di Pedro da Fonseca, della fisica e della metafisica, quest'ultima insieme con nozioni di filosofia morale.
Cartesio si mostrerà poi deluso dell'insegnamento ottenuto: «Sono stato allevato nello studio delle lettere fin dalla fanciullezza, e poiché mi si faceva credere che con esse si poteva conseguire una conoscenza chiara e sicura di tutto ciò che è utile nella vita, avevo un estremo desiderio di apprendere. Ma non appena ebbi concluso questo intero corso di studi, al termine del quale si è di solito annoverati tra i dotti, cambiai completamente opinione: mi trovavo infatti in un tale groviglio di dubbi e di errori da avere l'impressione di non aver ricavato alcun profitto, mentre cercavo di istruirmi, se non scoprire sempre più la mia ignoranza».
Sono le considerazioni del Cartesio maturo che scrive il suo Metodo e lamenta che nelle scuole non si promuova lo spirito critico degli allievi; una tale volontà di ricerca personale era già presente nel giovane René: «Da giovane, quando mi si presentava qualche scoperta ingegnosa, mi domandavo se io stesso non fossi in grado di trovarla da solo, anche senza apprenderla dai libri».
Uscì dal collegio gesuita nel settembre del 1615, conservando un affetto riconoscente nei confronti del rettore, padre Ètienne Chalet, che gli fece «le veci del padre per tutto il periodo della gioventù», e per il regime di vita osservato nella scuola, durante il quale la sua salute si ristabilì completamente. Si stabilì a pensione presso un sarto di Poitiers per studiare giurisprudenza nella Università di quella città, dove il fratello Pierre si era laureato tre anni prima: il 9 novembre 1616 ottenne il baccalaureato e il giorno dopo la laurea in utroque iure. Si riunì alla famiglia che, dopo il secondo matrimonio del padre, viveva a Rennes - dove anche la sorella Jeanne, sposata nel 1613 con Pierre Rogier, signore di Crévis, si era stabilita - o a Sucé, presso Nantes, dove la matrigna Anne Morin possedeva una casa.

L'incontro con Isaac Beeckman

Raggiunta la maggiore età, con una salute recuperata e il desiderio di conoscere cose nuove, ai primi del 1618 Cartesio si arruolò volontario in uno dei due reggimenti francesi di stanza a Breda, in Olanda, sotto il comando del principe d'Orange. È un periodo di tregua della guerra che oppone la Francia alla Spagna: Cartesio aveva un valletto al suo servizio, ma l'ignoranza e la volgarità dei compagni, e l'ozio forzato a cui era spesso costretto non gli fecero amare l'ambiente militare. Tuttavia quel soggiorno si rivelerà importante sotto un altro aspetto: il 10 novembre conobbe casualmente il medico Isaac Beeckman, venuto da Middelburg a Breda per trovare lo zio e una ragazza da sposare ed entrambi si trovarono a cercare di risolvere un problema matematico. Il trentenne Beeckmam esercitò naturalmente una forte attrazione intellettuale su René e ne nacque un'amicizia che, pur contrastata negli anni, indirizzerà decisamente il corso degli interessi di Cartesio verso le scienze matematiche.
Beeckman aveva l'abitudine di annotare osservazioni e problemi scientifici in un diario che ci è conservato: in un problema posto da Beeckman a Cartesio – conoscendo lo spazio percorso da un grave in due ore, determinare lo spazio percorso dal grave in un'ora – la risposta di Cartesio è che la velocità del grave aumenta in proporzione allo spazio percorso, anziché al tempo trascorso.
Cartesio concluse il 31 dicembre un breve trattato sulla musica intitolato Compendium musicae che offrì a Beeckman come regalo per il nuovo anno: ne ricevette in cambio il dono di un'agenda, che terrà sempre con sé. Due note tracciate da Beeckam sul manoscritto del Compendium indicano che l'operetta fu il risultato di scambi di idee tra i due amici se non influenzata dalle opinioni del Beeckman: «I miei pensieri gli sono piaciuti», scrive Beeckmam, ripartendo il 2 gennaio 1619 per Middelburg, e «ciò conferma non poco quanto ho scritto sui modi». Nel Compendium Cartesio si dice convinto che le diverse passioni suscitate dalla musica abbiano una giustificazione nelle variazione delle misure dei suoni e nei rapporti tonali: se alla base dell'effetto emotivo prodotto dalla musica sull'ascoltatore sono meri rapporti quantitativi, egli riconosce che occorrerebbe una più precisa analisi della natura dell'anima umana e dei suoi movimenti per comprendere compiutamente le emozioni indotte dalla musica.
I due amici rimasero in contatto epistolare: il 26 marzo 1619 Cartesio informò Beeckman di aver inventato dei compassi grazie ai quali aveva potuto formulare nuove dimostrazioni sui problemi relativi alla divisione degli angoli in parti uguali e alle equazioni cubiche, ripromettendosi di sviluppare queste scoperte in un trattato ove egli avrebbe esposto «una scienza del tutto nuova, con la quale si possano risolvere in generale tutte le questioni proponibili in qualsiasi specie di quantità, sia continua che discreta». È la prima testimonianza dell'intuizione della geometria analitica: «nell'oscuro caos di questa scienza ho intravisto uno spiraglio di luce». A questo proposito, sebbene egli non ne sia stato l'inventore, Cartesio è conosciuto anche per la diffusione del cosiddetto Diagramma cartesiano il cui uso risale ad epoche antiche.

La mirabilis scientia

Il 29 aprile 1619, Descartes s'imbarcò da Amsterdam per Copenaghen: contava di visitare la Danimarca, poi la Polonia e l'Ungheria per raggiungere di qui la Boemia, ma rinunciò al lungo viaggio per dirigersi alla fine di luglio a Francoforte, dove il 27 agosto assistette all'incoronazione di Ferdinando II e s'intrattenne nella città brandeburghese per tutta la durata dei festeggiamenti. Con la ripresa di quella che verrà definita la Guerra dei Trent'anni, sembra che Cartesio si sia arruolato nell'esercito comandato da Massimiliano di Baviera e abbia passato l'inverno a Neuburg, nel nord della Baviera, in una confortevole e ben riscaldata casa sulla riva del Danubio: qui, prese un giorno «la decisione di studiare anche in sé stesso e d'impiegare tutte le forze del suo spirito a scegliere le strade che doveva seguire». Lo studio di noi stessi ci rende consapevoli di quante nozioni abbiamo accumulato nella nostra mente sin dall'infanzia, senza che esse siano state sottoposte a un preventivo vaglio critico: perciò, «è quasi impossibile che i nostri giudizi siano così genuini e così solidi come sarebbero stati se avessimo avuto l'uso completo della nostra ragione sin dalla nascita e se fossimo stati sempre guidati soltanto dalla ragione». Occorre una revisione delle opinioni acquisite e la loro sostituzione, se necessario, con quelle legittimate da un criterio di verità.
Per intanto, egli non avrebbe accolto nessuna cosa per vera se non si fosse presentata alla mente «con tale chiarezza e distinzione da non avere alcun motivo di dubitarne». Poi, ogni problema doveva essere diviso in quante più parti possibili per meglio risolverlo e, «cominciando dagli oggetti più semplici e più facili da conoscere, salire a poco a poco, per gradi, fino alla conoscenza dei più complessi». Infine, fare «enumerazioni così complete e rassegne così generali da esser sicuro di non aver omesso nulla».
Quelle sono parole scritte circa quindici anni dopo nel Discorso sul metodo, ma in quel novembre del 1619 Cartesio, nel registro regalatogli dal Beeckman, in una sezione che egli stesso intitolò Olympica, scrisse che il 10 novembre, «pieno di entusiasmo», stava scoprendo i «fondamenti di una scienza mirabile» e narra di sogni e di visioni che resero agitata la notte, ma non sappiamo con precisione a quale scienza qui alludesse Cartesio. L'ambasciatore francese in Svezia, Pierre Chanut, che conobbe molto bene Cartesio, dettando il suo epitaffio si riferì a questo episodio: «nel riposo dell'inverno, avvicinandosi ai misteri della natura con le leggi matematiche, osò sperare di aprire i segreti dell'una e dell'altra con la stessa chiave».
Probabilmente, proseguendo le sue ricerche sulle corrispondenze dell'algebra con la geometria, aveva raggiunto la convinzione che il sapere potesse essere unificato in un'unica scienza della quale le singole discipline formavano una branca particolare, come scriverà nelle Regulae ad directionem ingenii: «Tutte le scienze non sono altro che l'umana sapienza che permane sempre unica e identica per quanto differenti siano gli oggetti cui si applica [...] Tutte le scienze sono così connesse tra loro che è molto più facile apprenderle insieme piuttosto che separarne una sola dalle altre». Durante quell'inverno conobbe nella vicina Ulm il matematico Johannes Faulhaber, del quale potrebbe esserci qualche influenza nelle ricerche intraprese da Cartesio che portarono alla redazione dei Progymnasmata de solidorum elementis, dove tratta delle proprietà dei poliedri.
Lasciò Neuburg ai primi di marzo del 1620 e «in tutti i nove anni seguenti non fece altro che vagare qua e là per il mondo, cercando di essere spettatore piuttosto che attore in tutte le commedie che vi si rappresentavano», di acquisire conoscenze certe, scartando le dubbie, secondo i precetti del suo metodo, che egli applicava «in particolare a problemi di matematica o anche in altri che poteva assimilare ai problemi matematici, scindendoli da tutti i principi delle altre scienze che non trovava abbastanza solidi». Si dice che Cartesio, durante i suoi viaggi in Germania, abbia cercato di avvicinare aderenti al movimento dei Rosacroce e anche che egli stesso si sia affiliato a quella confraternita.
Il problema di un possibile rapporto tra Cartesio e i Rosacroce fu sollevato per primo dal biografo Baillet il quale, citando passi di un perduto Studium bonae mentis, sostiene che Cartesio pensò che i rosacrociani potessero aver scoperto proprio quella nuova scienza che egli aveva intuito e che andava abbozzando. Si può escludere che egli si sia mai affiliato a quella fantomatica setta e non si sa se abbia mai conosciuto un rosacrociano, ma in qualche modo Cartesio dovette venire a conoscenza delle loro opinioni visto che, nella sezione del suo registro intitolata Thesaurus mathematicus e dedicata ironicamente «ai sapienti del mondo intero e particolarmente ai F.[ratelli] R.[osa] C.[roce] celeberrimi in G.[ermania]», Cartesio si burla di coloro che pretendono di «mostrare nuove meraviglie in tutte le scienze e di lenire le pene delle moltitudini», consumando inutilmente «l'olio della loro intelligenza».

Il ritorno in Francia

Lasciato l'esercito, nel 1622 tornava presso la famiglia a Rennes e si trasferiva nei primi mesi del 1623 a Parigi, ospite di un amico del padre, Nicolas Le Vasseur, che gli presentò il matematico Didier Dounot: in questo lasso di tempo potrebbe aver conosciuto anche Claude Mydorge e Marin Mersenne. In autunno partiva per un lungo viaggio in Italia: la morte del signor Sain, marito della sua madrina e commissario generale al vettovagliamento per le truppe francesi stanziate in Italia, aveva lasciato libera una carica lucrosa che Cartesio avrebbe cercato - ma invano - di farsi assegnare.
Secondo i biografi Cartesio, che aveva letto in collegio un testo allora famoso, Le pèlerin de Lorète del gesuita Louis Richeome, sarebbe andato a Loreto per visitare la leggendaria casa di Betlemme lì trasportata dagli angeli, poi a Roma, a Firenze, dove non incontrò Galileo, e a Venezia: rientrò in Francia attraverso il passo del Moncenisio ed ebbe l'occasione di assistere alla caduta di valanghe, un fenomeno che tratterà nel suo libro sulle Météores. Giunse a Parigi nel maggio del 1625 e, nel complesso, non ricavò una buona impressione della penisola e dei suoi abitanti: «la calura del giorno è insopportabile, il fresco della sera malsano e l'oscurità della notte copre furti e omicidi».
Da questo momento Cartesio adottò quello stile di vita che osserverà per sempre: avendo rinunciato alla carriera militare e ad occupare qualsiasi magistratura, vivrà dei proventi dei suoi possedimenti terrieri che gli assicuravano una condizione libera dal bisogno e gli permettevano di dedicarsi ai suoi studi. Si mantenne in corrispondenza con Beeckman ed entrò in relazione con i matematici Jean Baptiste Morin e Florimond Debeaune, oltre che con il Mydorge, e con i letterati Jean de Silhon, Jacques de Sérisay, Guez de Balzac e col padre Mersenne, già autore di un trattato sull'ottica, la cui sollecitazione può averlo indotto a studiarne i problemi, giungendo a determinare la legge della costanza del rapporto dei seni degli angoli di incidenza e di rifrazione, scoperta da Cartesio successivamente ma indipendentemente da Willebrord Snell. Nel novembre del 1627 fu invitato a prendere parte a una riunione di scienziati e filosofi nella casa del nunzio pontificio Gianfrancesco Guidi di Bagno, dove, presenti tra gli altri il cardinale Bérulle e il Mersenne, si trovò a confutare le teorie filosofiche di un certo Chandoux attraverso l'esposizione del suo «metodo naturale» fondato sulle Regulae ad directionem ingenii che Cartesio stava elaborando in quel periodo. Per lavorarci con maggiore tranquillità, partì per la Bretagna e poi si trasferì in una sua proprietà nel Poitou: le Regulae sono costituite da 21 proposizioni, di cui le prime 18 sono commentate. In realtà anche questo testo è stato lasciato incompiuto, in vista dello sviluppo organico che del tema del metodo della conoscenza Cartesio darà nel successivo Discours.
L'intenzione è quella di orientare gli studi in modo che «la mente giunga a giudizi solidi e veri su tutto ciò che le si presenta». Il metodo è «la via che la mente umana deve seguire per raggiungere la verità»: esso consiste nell'ordinare e disporre gli oggetti sui quali s'indirizza la mente per giungere alla verità. Le proposizioni involute e oscure devono essere ridotte a proposizioni più semplici e poi, partendo dall'intuizione di queste ultime, progredire alla conoscenza di quelle più complesse. Le proposizioni semplici, comprese intuitivamente e senza ricorrere a dimostrazioni per la loro evidenza, sono equivalenti ai postulati e agli assiomi matematici e costituiscono i principi della conoscenza.

In Olanda

Fu nuovamente a Parigi nell'aprile del 1628: in questo periodo sembra aver scritto un perduto piccolo trattato sulla scherma, L'art de l'escrime. In ottobre andò a trovare l'amico Beeckman a Dordrecht, in Olanda: in questa occasione deve aver maturato la decisione di trasferirsi nei Paesi Bassi. Dopo un nuovo ritorno a Parigi nell'inverno del 1628, partì per l'Olanda nel marzo del 1629: si stabilì a Franeker, iscrivendosi il 26 aprile nell'Università di quella città per frequentarvi i corsi di filosofia. Probabilmente la scelta di quella Università fu dovuta al fatto che vi insegnava il matematico Adrien Metius, fratello di quel Jacques Metius che inventò, a giudizio di Cartesio, il primo cannocchiale. Continuò a lavorare sui problemi dell'ottica e in agosto fu messo a conoscenza dall'amico professore di filosofia Henricus Reneri dell'osservazione del fenomeno ottico-astronomico dei pareli, effettuata il 20 marzo a Frascati dall'astronomo gesuita Cristoph Scheiner. Quel fenomeno era già noto e Pierre Gassendi ne diede il 14 luglio una descrizione che verrà ripresa da Cartesio nelle Méteores: sono circoli bianchi che «invece di avere al loro centro un astro, attraversano ordinariamente il centro del Sole o della Luna e risultano paralleli o quasi all'orizzonte».
Dal 1630 cominciò a lavorare al Le Monde ou traité de la lumière che avrebbe dovuto rappresentare l'esposizione della propria filosofia naturale, ma la notizia della condanna, nel 1633, del Galilei e della messa all'Indice del Dialogo sopra i due massimi sistemi lo dissuasero dal completare e pubblicare l'opera che in più parti sposava le tesi di Copernico condannate dalla Chiesa.[42] Dopo un'edizione parziale postuma in traduzione latina nel 1662 a Leida, il trattato fu pubblicato nella versione originale francese a Parigi nel 1664 in due parti separate, con il titolo, rispettivamente, di Le Monde ou le traité de la lumière et des autres principaux objects des sens e di L'Homme; finalmente, nel 1667, l'opera fu pubblicata integralmente a Parigi insieme con il frammento La formation du foetus.
Nelle Regulae Cartesio aveva individuato nella «matematica universale» la «scienza dell'ordine», ossia quella scienza che, stabilendo la disposizione nella quale tutte le varie conoscenze vanno disposte, essendo tra di loro legate da comuni principi, è la scienza alla quale tutte le altre fanno capo. Dopo la matematica, ne Il Mondo Cartesio affronta il problema della fisica, individuando il principio al quale tutti i fenomeni fisici obbediscono. Tale principio è la conoscenza «chiara e distinta» degli elementi semplici che costituiscono i corpi. I corpi sono materia dotata di movimento che occupa uno spazio determinato e gli elementi primi della materia sono la terra, l'aria e il fuoco.
La materia è dunque esprimibile quantitativamente con «il movimento, la grandezza, la figura e la disposizione delle parti», e solo da questi deve derivare la spiegazione delle sue qualità. Le leggi della natura obbediscono a tre principi: «ogni parte della materia conserva sempre lo stesso stato finché le altre non la costringono a cambiarlo», che è il principio d'inerzia; «quando un corpo spinge un altro corpo, non gli trasmette né sottrae movimento senza perderne o acquistarne una quantità eguale», e «quando un corpo è in movimento, ciascuna delle sue parti, presa separatamente, tende sempre a continuare il proprio movimento in linea retta».
Nel 1635 conobbe la gioia di diventare padre con la nascita della figlia Francine (battezzata il 7 agosto dello stesso anno; la piccola sarebbe morta nel 1640).
Nel 1637 pubblicò il Discorso sul metodo e i saggi su Diottrica, Geometria e Meteore. Nel 1641 diede alle stampe la prima edizione delle Meditazioni metafisiche corredate dalle prime sei Obiezioni e risposte. L'anno successivo (1642) con la seconda edizione delle Meditazioni pubblicò le settime Obiezioni e risposte.
Nel 1643 la filosofia cartesiana venne condannata dall'Università di Utrecht, contemporaneamente Cartesio iniziò una lunga corrispondenza con Elisabetta principessa di Boemia. Nel 1644 compose i Principia philosophiae e compì un viaggio in Francia. Nel 1647 la corona di Francia gli riconobbe una pensione. L'anno successivo da una lunga conversazione con Frans Burman nacque il libro omonimo.

Precettore di filosofia in Svezia e morte

Nel 1649 accettò l'invito della regina Cristina di Svezia, sua discepola e desiderosa di approfondire i contenuti della sua filosofia, e si trasferì a Stoccolma. Quello stesso anno dedicò il trattato sulle Passioni dell'anima alla principessa Elisabetta. Il rigido inverno svedese e gli orari in cui Cristina lo costringeva ad uscire di casa per impartirle lezione - prime ore del mattino quando il freddo era più pungente - minarono il suo fisico. Cartesio si spense l'11 febbraio 1650 a causa, secondo il racconto tradizionale e l'ipotesi più accreditata, di una sopraggiunta polmonite. La condanna della Chiesa cattolica nei confronti del pensiero cartesiano non tardò a venire, con la messa all'Indice nel 1663 delle sue opere (tuttavia poste nell'Index con la clausola attenuante suspendendos esse, donec corrigantur).

Le ossa di Cartesio

Dopo la morte il corpo di Cartesio venne tumulato in un piccolo cimitero cattolico a nord di Stoccolma dove rimase sino al 1666 quando i resti vennero riesumati per essere portati a Parigi ed inumati nella chiesa di Sainte Geneviève-du-Mont dove rimase sino al 26 febbraio 1819 quando la salma fu nuovamente trasferita e inumata tra altre due lapidi tombali, quelle di Jean Mabillon e di Bernard de Montfaucon, nella chiesa di Saint-Germain-des-Prés: «alla presenza dei rappresentanti dell'Accademia delle scienze, la salma fu ancora riesumata. Ma, aprendo la bara, i presenti si resero conto che c'era qualcosa non andava, in quanto, allo scheletro del filosofo mancava misteriosamente il cranio.»
Si scoprì che gli svedesi ne avevano asportato la testa che ricomparve ad un'asta a Stoccolma dove il cranio fu acquistato e donato alla Francia. Sul teschio, ormai privo della mandibola e della parte inferiore, compaiono le firme di tutti i suoi proprietari dalla fine del Seicento sino al momento della vendita. Secondo l'uso del tempo gli intellettuali infatti tenevano sulla scrivania un teschio, meglio se di un illustre personaggio, a memento della morte comune ed inevitabile. Ma il teschio, attribuito a Cartesio sia per l'età che per le ricostruzioni fatte in base ai ritratti del filosofo, continuò a rimanere separato dal resto del corpo ed esposto al Musée de l'Homme.
In onore del filosofo nel 1801, la sua città natale venne ribattezzata La Haye-Descartes e poi, nel 1966 in seguito alla fusione con il vicino comune di Balesmes, semplicemente Descartes.

Un'altra ipotesi sulla morte di Cartesio

Il filosofo tedesco Theodor Ebert (1939), dell'Università di Erlangen, nell'opera La misteriosa morte di René Descartes è giunto alla conclusione che la causa della morte di Cartesio non sia stata una polmonite ma un avvelenamento da arsenico. Ebert ha scoperto una nota del medico di Cartesio dove si descrivono le condizioni del filosofo consistenti in «perdurante singhiozzo, espettorazione di colore nero, respirazione irregolare» sintomi riportabili ad avvelenamento per arsenico. Nello stessa opera si racconta di come Cartesio, forse sospettando un avvelenamento, chiedesse poco prima di morire un infuso di vino e tabacco, bevanda che serviva a vomitare.
Questa tesi dell'avvelenamento di Cartesio era stata avanzata anche nel 1996 da altri autori come Eike Pies che l'attribuiva all'iniziativa personale di un monaco cappellano presso l'ambasciata francese a Stoccolma incaricato di operare come "missionario del nord" per la conversione della regina svedese al cattolicesimo.
Pies ebbe modo nel 1980 di poter leggere nell'archivio dell'università olandese di Leiden una lettera del medico personale della regina Cristina che descriveva a un amico dottore i sintomi del moribondo Cartesio consistenti in «emorragia allo stomaco, vomito nero, tutte cose che non hanno niente a che fare con la polmonite».
Gli studi, ritenuti attendibili da esperti della materia come Rolf Puster, ritengono che Cartesio sia stato avvelenato con un'ostia della comunione intrisa d'arsenico dal padre agostiniano, Francois Vioguè, frate francese inviato dal Papa Innocenzo X a Stoccolma come missionario apostolico per convertire al cattolicesimo la regina Cristina di Svezia, come poi avvenne nel 1654. La ipotesi di un assassinio di Cartesio ad opera del fanatico padre Viogué si baserebbe sul fatto che questi vedeva nell'insegnamento cartesiano un ideale razionalista che avrebbe portato alla conversione della regina Cristina ad un cattolicesimo molto diverso da quello professato dal padre agostiniano. Tale affermazione, però, sembra in parte contrastare con quanto affermato della stessa regina di Svezia, la quale, in una testimonianza inserita nell'introduzione all'edizione postuma parigina delle Méditations métaphysiques, elogia il filosofo scrivendo che « [M. Des-Cartes] a beaucoup contribué a nostre glorieuse conversion; et que la providence de Dieu s'est servie de luy [...] pour nous en donner les premières lumières; ensorte que sa grâce et sa misericorde acheverent apres à nous faire embrasser les veritez de la Religion Catholique Apostolique et Romaine ». La maggior parte degli studiosi si mostra assai scettica riguardo questa ipotesi di avvelenamento, considerando ben più attendibile quella tradizionale fornita dal biografo Baillet, tanto da ritenere che « non sono assolutamente da seguirsi le voci secondo le quali il filosofo sarebbe morto per avvelenamento, vittima di una congiura di corte: non sembrano verosimili, né nessuno ha mai avanzato prove plausibili ».
Per di più gli amici che assistettero Cartesio nelle ultime ore osservarono un sintomo non riconducibile all'avvelenamento da arsenico: la febbre alta. La stessa alterazione febbrile Cartesio aveva avuto modo di riscontrare nell'ambasciatore Nopeleen e nell'amico Chaunut appena guarito da una febbre alta. A rendere poco convincente l'avvelenamento di Cartesio sarebbe stato poi il fatto che lo stesso presunto avvelenatore, Vioguè, confessò e confortò Cartesio sul letto di morte amministrandogli l'estrema unzione.

1 commento:

  1. Manca un dettaglio: René Descartes è stato beatificato e consacrato dalla Chiesa Cesidiana come Santo, cioè è anche noto come Saint René Descartes o San Renato Cartesio.

    http://clericalwhispers.blogspot.com/2007/12/descartes-becomes-cesidian-churchs.html

    http://www.allvoices.com//contributed-news/7969681-a-saint-for-all-seasons-a-saint-for-all-people

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