martedì 21 agosto 2012

comunicato


causa il sovraccaricamento del server, STEFANIA E DINTORNI chiude.

Un grazie di cuore a tutti coloro che hanno visitato e seguito il blog...

Un grazie speciale a Stefania Rocca.

Arrivederci

Laura Beatrice Oliva Mancini


è stata una scrittrice, educatrice e poetessa italiana.

Laura nacque a Napoli, da Domenico Simeone Oliva originario di Tursi, e da Rosa Giuliani. Suo padre, abile pittore, poeta di corte e precettore dei figli del re Gioacchino Murat, le diede i nomi delle due donne amate da Petrarca e da Dante. Con il ritorno di Ferdinando I, suo padre fu costretto, con la sua famiglia, all’esilio in Francia. Laura trascorse la sua infanzia a Parigi, venne educata dal padre, il quale iniziò ad infonderle il suo amore per la patria e per le lettere.

Dopo la morte di Ferdinando I, tornò a Napoli, dove, già all'età di quindici anni, conquistò la fama di poetessa, entrando nell’Accademia Filarmonica. Nel 1837, Rosa Taddei le dedicò una poesia ricca di ammirazione, pubblicata dal giornale Le ore Solitarie, diretto dal marchese Pasquale Stanislao Mancini dei marchesi di Fusignano. Proprio grazie all’intervento di Rosa Taddei che Laura e Pasquale si incontrarono e si innamorarono. I due innamorati si sposano nel 1840, nonostante l’ostilità dei genitori del Mancini. Dalla loro unione nacquero undici figli, tra le quali Grazia Pierantoni Mancini e Flora Piccoli Mancini, che seguirono entrambe le orme materne.

La poetessa, nonostante gli impegni familiari, continuò a scrivere e pubblicare versi sull’indipendenza nazionale e sulla libertà, esaltando i martiri della patria e appellandosi alle donne italiane perché lottassero per la causa nazionale. I suoi versi, letti in tutta l'italia, richiamarono su di lei l’attenzione del governo borbonico.

In una sua canzone indica i doveri della donna:

« …Il ciel ripose
in noi madri, in noi spose,
le sorti liete della patria o il danno…
Se concordi saremo dell’alta impresa
Restano i figli nostri in sua difesa. »

Nel 1844 cantò l’eroismo dei fratelli Bandiera, nel 1846, a Firenze, molti letterati la salutarono come la poetessa del Risorgimento Nazionale. Nel 1848, ricordò la scomparsa di una sua collega dell'Accademia Pontaniana, Giuseppina Guacci Nobile(poetessa liberale mazziniana,apprezzata dal Leopardi,e promotrice sociale), con una lirica ricca di sentimenti patriottici, che lesse indossando un abito nero ornato di nastri tricolori, dinanzi ad un’affollata assemblea a cui aveva preso parte anche un ministro borbonico. Nello stesso anno, partecipò alla rivoluzione napoletana, dopo la quale, per sfuggire alle persecuzioni della polizia, fu costretta a trasferirsi, con il marito, a Torino, dove ebbe subito un ruolo importante nella fondazione di una scuola per allieve maestre.

Successivamente, dedicò dei versi anche ad Adelaide Ristori e compose un inno per Agesilao Milano. Nel 1859, vedeva con grande entusiasmo la politica di Cavour, e mentre continuava ad inviare versi di incitamento a Vittorio Emanuele II e a Garibaldi, volle che uno dei suoi figli fosse il primo ad arruolarsi.

Tornò a Napoli solo nel 1860, dopo la fuga dei Borbone, dove compose una cantata per Vittorio Emanuele, eseguita al teatro San Carlo, alla presenza dello stesso sovrano. Nel 1861 ritornò a Torino, dove pubblicò Patria e amore. In questa fase non si limitò a rivestire il ruolo di poetessa nazionale, ma espresse i propri sentimenti, non sempre in linea con la politica dei Savoia. Nel 1863, in occasione dell’insurrezione polacca, scrisse un inno che denunciava l’occupazione di Roma da parte della Francia. La stampa applaudì il suo coraggio e molte Accademie vollero iscriverla nel loro albo.

Col trasferimento della capitale a Firenze, si spostò con la famiglia in Toscana, dove ricevette, nella sua abitazione, la visita di personaggi illustri, come Giuseppe Garibaldie Terenzio Mamiani.

Il suo ultimo conto politico era dedicato ad Adelaide Cairoli, che nella disfatta garibaldina di Mentana, perse due dei suoi figli. Nel 1869 si ammalò gravemente e morì in una villa di Fiesole, circondata dal marito, dai sei figli sopravvissuti e dagli amici.

Così la ricordava Medoro Savini:

« Laura Beatrice visse per l’Italia e morì col nome della sua Italia tra le labbra. La sua vita fu consacrata alla Patria, la sua morte è lutto per la patria »

Il municipio di Napoli pose una lapide sulla casa dove nacque e cambiò il nome della via, da via della Concordia a via Laura Beatrice Oliva. L'iscrizione della lapide la definisce Poetessa delle sventure e della libertà d’Italia. Nel 1888, alla morte di Pasquale Stanislao Mancini, le spoglie di Laura vennero tumulate assieme a quelle del marito nel Famedio, tempio dei cittadini insigni di Napoli.

Pubblicazioni

  • Ines di Castro, Tragedia, Firenze, 1845
  • Colombo al convento della Rabida, Genova, 1846
  • Poesie varie, Genova, 1848
  • Patria e amore, Canti lirici, Le Monnier, Firenze, 1874
  • L'Italia sulla tomba di Vincenzo Gioberti, Torino, 1853


Sibilla Aleramo


pseudonimo di Rina Faccio, è stata una scrittrice e poetessa italiana.

Infanzia e adolescenza

Figlia di Ambrogio Faccio, professore di scienze, e di Ernesta Cottino, casalinga, era la maggiore di quattro fratelli. Trascorse l'infanzia a Milano fino all'età di dodici anni, quando interruppe gli studi per il trasferimento della famiglia a Civitanova Marche, dove il marchese Sesto Ciccolini aveva offerto al padre la direzione della propria azienda industriale. Fu suo padre a spingere Rina a impiegarsi come contabile nello stesso stabilimento.

L'adolescenza della giovane Rina fu tutt'altro che felice: nel 1889 la madre, sofferente da tempo di depressione, tentò il suicidio gettandosi dal balcone di casa. La sua crisi si accentuò progressivamente negli anni, provocando tensioni inevitabili nei rapporti familiari: dopo pochi anni, la donna fu ricoverata nel manicomio di Macerata, dove si spense nel 1917. Nel 1891, a quindici anni, Rina fu violentata da un impiegato della fabbrica, Ulderico Pierangeli: rimase incinta ma perdette il bambino, e tuttavia nel 1893 fu costretta dalla famiglia a un matrimonio «riparatore».

L'inizio dell'attività letteraria

Nunes Vais: Sibilla Aleramo, 1917

Prigioniera in una convivenza squallida con un marito non stimato e di una vita condotta in una cittadina della quale percepiva il gretto provincialismo, credette di trovare nella cura del suo primo figlio Walter, nato nel 1895, una fuga dall'oppressione della propria esistenza: la caduta di questa illusione la portò a un tentativo di suicidio, dal quale volle sollevarsi attraverso un personale impegno a realizzare aspirazioni umanitarie attraverso le letture e gli scritti di articoli che le furono pubblicati, a partire dal 1897, nella «Gazzetta letteraria», ne «L'Indipendente», nella rivista femminista «Vita moderna», e nel periodico, di ispirazione socialista, «Vita internazionale».

Il suo impegno femminista non si limitò alla scrittura ma si concretizzò nel tentativo di costituire sezioni del movimento delle donne e nella partecipazione a manifestazioni per il diritto di voto e per la lotta contro la prostituzione.

Trasferitasi nel 1899 a Milano dove il marito, licenziato dall'impiego, aveva avviato un'attività commerciale, a Rina Faccio fu affidata la direzione del settimanale socialista «L'Italia femminile», fondato da Emilia Mariani, nel quale tenne in particolare una rubrica di discussione con le lettrici e ricercò la collaborazione di intellettuali progressisti - Giovanni Cena, Paolo Mantegazza, Maria Montessori, Ada Negri, Matilde Serao - divenne grande amica di Alessandrina Ravizza, conobbe influenti dirigenti socialisti come Anna Kuliscioff e Filippo Turati, e iniziò una relazione con il poeta Guglielmo Felice Damiani.

In seguito a dissensi con l'editore Lamberto Mondaini, lasciò già nel gennaio del 1900 la direzione del settimanale e dovette seguire la famiglia nuovamente a Porto Civitanova, dove il marito aveva ricevuto l'incarico di dirigere la fabbrica al posto del suocero dimissionario. I difficili rapporti familiari la convinsero ad abbandonare marito e figlio trasferendosi a Roma nel febbraio del 1902 e legandosi a Giovanni Cena, direttore della rivista «Nuova Antologia» alla quale la Faccio collaborò e iniziò a scrivere, su sollecitazione dello stesso Cena, il romanzo Una donna.

Edito nel 1906 è la vicenda della sua stessa vita, dall'infanzia fino alla sofferta decisione di lasciare il marito e soprattutto il figlio, in nome dell'affermazione di una vita libera e consapevole e contro la costrizione e l'umiliazione dell'esistenza che un'ipocrita ideologia del sacrificio intende imporre alle donne.

Una donna fu pubblicato sotto lo pseudonimo di Sibilla Aleramo, suggerito da Giovanni Cena, che trasse il cognome Aleramo dalla poesia del Carducci Piemonte, e da allora divenne il suo nome nella letteratura e nella vita. Lo stesso Cena volle anche rivedere il manoscritto, come rivelò la scrittrice: «Asportò egli dal mio libro le pagine dove io diceva il mio amore per Felice. Ed io lasciai amputare così quello che voleva, che gridava essere opera di verità. Come un altro qualunque dei tagli operati sul manoscritto, come su un qualunque lavoro letterario. Uncinò i margini con parole sue». Il libro ottenne subito un grande successo e fu presto tradotto in quasi tutti i paesi europei e negli Stati Uniti.

Continuò la propria attività nel movimento femminista, partecipando al Primo congresso femminile nazionale e impegnandosi negli interventi sociali e umanitari, di cui si era fatto promotore il Cena, con la creazione di scuole nella provincia di Roma e del Comitato per l'istruzione delle popolazioni nel Mezzogiorno costituito dopo il terremoto del 1908.

Dal movimento femminista si distaccò poco dopo, giudicandolo «una breve avventura, eroica all'inizio, grottesca sul finire, un'avventura da adolescenti, inevitabile ed ormai superata». Si trattava ora, secondo lei, di rivendicare ed esprimere la diversità femminile: «Il mondo femmineo dell'intuizione, questo più rapido contatto dello spirito umano con l'universale, se la donna perverrà a renderlo, sarà, certo, con movenze nuove, con scatti, con brividi, con pause, con trapassi, con vortici sconosciuti alla poesia maschile».

Terminata la relazione con Cena, condusse una vita piuttosto errabonda. Ebbe una relazione con la giovane intellettuale ravennate Lina Poletti, nel 1911 soggiornò a Firenze, collaborando al Marzocco. Nel 1913, a Milano, si avvicinò ai Futuristi. A Parigi (1913-1914) conobbe Guillaume Apollinaire e Verhaeren, a Roma Grazia Deledda. In questo periodo ebbe numerose e brevi relazioni sentimentali come lei stessa raccontò più tardi nelle pagine dei diari: il primo fu Vincenzo Cardarelli, seguito da altre personalità già celebri o che lo diverranno: Giovanni Papini, Giovanni Boine, Clemente Rebora, Umberto Boccioni, Salvatore Quasimodo, Raffaello Franchi.

Le tormentate relazioni

Foto autografata di Sibilla Aleramo

Durante la prima guerra mondiale conobbe Dino Campana. Il poeta non era al fronte, ufficialmente in cura a causa di una nefrite, ma in realtà perché già era stata diagnosticata la malattia mentale quando era stato in cura nell'ospedale di Marradi nell'estate del 1915. I due erano molto diversi: lei estremamente mondana e frequentatrice di salotti, lui schivo e appartato. Per Campana, poi, la relazione era essenzialmente di tipo fisico. Il rapporto fu quindi estremamente tormentato, e i due giunsero spesso a battersi. La Aleramo lo portò anche da un noto psichiatra dell'epoca, visita che segnerà la fine del rapporto.

Nel 1919 pubblicò Il passaggio e nel 1921 la sua prima raccolta di poesie, Momenti. Nel 1920 è a Napoli, dove scrive Endimione, dedicato a D'Annunzio. L'opera, ispirata alla sua vicenda amorosa con il giovane atleta Tullio Bozza, finita tragicamente con la morte di lui, riscosse successo nella rappresentazione parigina, ma non in quella torinese, dove al teatro Carignano fu fischiata.

Femminista, pacifista, fascista ma subito dopo il 1945 convinta comunista, la scrittrice Sibilla Aleramo non si adeguò a ruoli o immagini femminili tradizionali. Ebbe anche alcune relazioni lesbiche, di cui la più nota è quella con l'attrice Eleonora Duse, anche lei di orientamento bisessuale. Ciò portò intellettuali come Giuseppe Prezzolini a definire la Aleramo "lavatoio sessuale della cultura italiana". Nel 1927 uscì il romanzo epistolare Amo dunque sono, raccolta di lettere, non spedite, a Giulio Parise. Sempre in quegli anni ebbe una breve ma intensa relazione con Julius Evola, come lei stessa riporta nel libro Amo dunque sono. Nel 1928, ormai ridotta in povertà, tornò a Roma. Del 1929 è la raccolta Poesie. Un anno dopo pubblicò un volume di prose, Gioie d'occasione. Tra il 1932 e il 1938 uscì un romanzo, Il frustino, e un'altra raccolta di poesie, Sì alla terra, ed una nuova serie di prose, Orsa minore.

L'appoggio al fascismo

Nel 1925 è firmataria del Manifesto degli intellettuali antifascisti e, poiché conosceva Anteo Zamboni, l'attentatore del duce, fu persino arrestata, ma in seguito, ottenuto un colloquio con lo stesso Benito Mussolini, ne uscì indenne e divenne una convinta sostenitrice del fascismo. Le fu concesso un mensile di mille lire e un premio di cinquantamila lire dell'Accademia d'Italia. Il regime fascista da allora sponsorizzò attivamente le sue opere e la sostenne economicamente. Nel 1933 si iscrisse all'"Associazione nazionale fascista donne artiste e laureate".

Gli ultimi anni

Nel 1936 si innamorò di Franco Matacotta, uno studente di quarant'anni più giovane di lei, a cui restò legata per 10 anni.

Al termine della seconda guerra mondiale si iscrisse al PCI, impegnandosi intensamente in campo politico e sociale e collaborando con l'Unità.

Morì a Roma nel 1960, dopo una lunga malattia. Aveva ottantatré anni.

Cinematografia

Il rapporto con il poeta Dino Campana forma il soggetto del film Un viaggio chiamato amore (2002), diretto da Michele Placido e interpretato da Laura Morante e Stefano Accorsi. Idem aveva fatto anni prima (1985) il regista Luigi Faccini con il film Inganni interpretato da Bruno Zanin e Olga Karlatos.


lunedì 20 agosto 2012

gelato artigianale fatto in casa


In una recente incursione all’Università del Gelato Italiano di Bologna (per la serie miracoli italiani, la Carpigiani Gelato University esiste davvero), ho chiacchierato un po’ con Gianpaolo Valli, docente specializzato in Scienza e Tecnologia del Gelato Artigianale. Gli ho chiesto di raccontarmi come si fa un buon gelato domestico perché la primavera è vicina, perché il gelato è buono e perché il DIY o FAI DA TE è la nuova religione.

Ma cos’è il gelato?

In Italia non esiste un disciplinare che lo definisca con precisione nonostante la proposta di Confartigianato che risale alla scorsa estate. Oggi passa per gelato qualsiasi: “preparazione alimentare ottenuta con una miscela di ingredienti portata allo stato solido o pastoso mediante congelamento e contemporanea agitazione” (cit. Wikipedia). Ma almeno possiamo distinguere tra gelato e sorbetto: il primo prevede l’utilizzo del latte, il secondo della sola acqua. Pertanto, tornando alla nostra produzione casalinga, dividiamo anche noi cominciando con il gelato.

GELATO

Da questa ricetta del gelato gusto crema (1L di latte, 350g di zucchero, 200g di rosso d’uovo, spezie), si possono ottenere infinite varianti. Per esempio: sostituendo i 10 tuorli con 200g di panna fresca otterremo il famoso gusto fiordilatte, e se (occhio alle scatole cinesi) al fiordilatte aggiungiamo 40g di caffè liofilizzato prima di inserire il composto in macchina, avremo un gelato tipo Coppa del Nonno, ricordate? Se invece al posto del caffè mettiamo 600g di banana frullata con l’aggiunta di altri 30g di zucchero realizzeremo un gelato alla banana, e avanti così, fin dove istinto e fantasia vi possono portare.

IL SORBETTO

Potete farlo con qualsiasi tipo di frutta fresca, l’importante è imparare come si dosa lo zucchero e la quantità di frutta sulla base delle diverse qualità. In linea di massima, tolto il lime o il limone che hanno un sapore più forte, la regola più comune è quella valida per il sorbetto di fragola, con il 50% di frutta.

A sentire Giampoalo Valli, il gelato fatto in casa non è impresa impossibile anche se, come molti di noi sanno, realizzare un gelato artigianale eccellente è più complesso, roba da veri secchioni.

Una curiosità che ho sempre avuto: ma i veri gastrofanatici amano il gelato? E, un’altra cosa, ma siate sinceri, avete mai provato a farlo da soli?


Wolfgang Amadeus Mozart


nome di battesimo Joannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus Mozart, è stato un compositore, pianista, organista e violinista austriaco, a cui è universalmente riconosciuta la creazione di opere musicali di straordinario valore artistico.

Firma di Mozart

Mozart è annoverato tra i più grandi geni della storia della musica, dotato di raro e precoce talento.

Morì all'età di trentacinque anni, lasciando pagine indimenticabili di musica classica di ogni genere, tanto da essere definito dal Grove Dictionary come "il compositore più universale nella storia della musica occidentale": la sua produzione comprende musica sinfonica, sacra, da camera e opere di vario genere.

La musica di Mozart è considerata la "musica classica" per eccellenza, egli è infatti il principale esponente del "Classicismo" settecentesco, i cui canoni principali erano l'armonia, l'eleganza, la calma imperturbabile e l'olimpica serenità.

Mozart raggiunge nella sua musica divina vertici di perfezione adamantina, celestiale e ineguagliabile, tanto che il filosofo Nietzsche lo considererà il simbolo dello "Spirito Apollineo della Musica", in contrapposizione a Wagner, che Nietzsche definirà l'emblema dello "Spirito Dionisiaco della Musica".





pane azzimo


dal greco ἀζύμη = senza lievito, talvolta scritto pane azimo, è un tipo di pane preparato con farina di cereali e acqua, come tutti gli altri pani, senza tuttavia aver subito il processo di fermentazione avviato dall'aggiunta di lievito.

Storia

Il pane azzimo è stato per molto tempo l'unico conosciuto dall'umanità. Si preparava con farina integrale, e si cuoceva mettendo l'impasto su pietre arroventate o cenere calda. In seguito la preparazione del pane si evolse fino a produrre le numerose varietà di pane conosciute. L'evoluzione prese avvio grazie all'invenzione dei forni, alla scoperta del lievito, all'estrazione della farina ed eventualmente all'aggiunta di altre sostanze come olio, burro, spezie, ecc. Tuttavia molti continuano a preparare il pane azzimo sia per motivi di praticità, essendo il pane azzimo più facile da preparare, che per motivi religiosi e dietetici. Il pane azzimo è pertanto utilizzato come pane tradizionale in molte località, anche in Italia; viene utilizzato inoltre nei casi in cui occorra un tipo di pane che si debba conservare per lunghi periodi di tempo.

L'uso del pane azzimo è importante nella religione ebraica e in quella cristiana.

Gli ebrei mangiano pane azzimo (in ebraico מצה, matzah, IPA: ma'tsa) durante la settimana pasquale (15-21 di Nisan), celebrata in ricordo dell'uscita del popolo israelita dall'Egitto, secondo la prescrizione contenuta nel capitolo XII dell'Esodo; la preparazione del pane azzimo spettava ai leviti. Alcune confessioni religiose cristiane, in particolare la Chiesa cattolica, utilizzano per l'eucaristia un particolare tipo di pane azzimo di forma circolare, l'ostia.

Ostie per l'eucaristia cattolica, preparate senza fermentazione

Controversia degli azzimi

L'uso del pane azzimo nella religione cristiana suscitò una accesa disputa sorta tra il 1052 e il 1053 ad opera del patriarca di Costantinopoli Michele Cerulario contro la Chiesa latina accusata di utilizzare per l'eucarestia il pane azzimo, e non quello fermentato come si usava nelle Chiese orientali antiche.

L'uso del pane azzimo nelle Chiese latine veniva spiegato con il fatto che Gesù istituì il sacramento dell'eucaristia nella settimana pasquale durante la quale, secondo la prescrizione delle leggi ebraiche, ci si serviva soltanto di pane azzimo. La Chiesa bizantina, invece, utilizzava per l'eucarestia del pane fermentato.

La controversia venne discussa con passione da ambo le parti, ma i testi utilizzati non furono dirimenti perché troppo vaghi o apocrifi. Solo più tardi, nel II concilio di Lione (1274) e in quello di Firenze (1439) la Chiesa latina dichiarò, che per la consacrazione eucaristica, sono ugualmente validi sia il pane azzimo che quello fermentato e che i sacerdoti delle due Chiese, la Latina e l'Orientale, dovevano seguire l'uso invalso presso la propria Chiesa, ma senza pregiudizio.