lunedì 16 aprile 2012

volere è potere


di Paola Polidoro

ROMA - «Pensiero magico è un’espressione che ho imparato quando studiavo antropologia. Le culture primitive agiscono in base al pensiero magico: il pensiero che colloca un «se» all’inizio di ogni proposito. Se sacrifichiamo una vergine la pioggia tornerà». E’ un frammento del monologo L’anno del pensiero magico (The Year of Magical Thinking), scritto da Joan Didion. Il testo racconta in che modo la vita di una donna sia completamente stravolta dalla perdita prima della figlia Quintana e poi del marito (lo scrittore Jonh Dunne), avvenute a breve distanza una dall’altra, e le strategie che l’autrice (si tratta di un romanzo autobiografico) mette in atto con se stessa e con gli altri per dare dei contorni, e delle spiegazioni, alla sua nuova realtà.

Stefania Rocca, che torna in palcoscenico dopo nove anni - l’ultimo ruolo è stato quello di Irma la Dolce nella commedia musicale diretta da Jérôme Savary - dà voce al dolore della scrittrice californiana. Sarà con il monologo tratto dal libro al Teatro Palazzo Santa Chiara da stasera e fino al 28 aprile (c’è spettacolo solo nel week-end: il venerdì e il sabato alle 21, la domenica alle 18). La regia è di Luciano Melchionna.

Come mai un testo così forte per tornare in palcoscenico?
«Con Melchionna ci siamo conosciuti per Dignità autonome di prostituzione e mi è subito piaciuta la sua follia poetica. Ci siamo ritrovati nell’amore per questo libro, e siamo partiti. Curiosamente in questo periodo sto scrivendo una sceneggiatura tratta dal libro di Maria Corti, L’ora di tutti, e interpreto il ruolo di Chiara, la vedova di Edoardo/Alessandro Gassman, in Una grande famiglia (la fiction che va in onda su Rai Uno, diretta da Riccardo Milani e sceneggiata da Ivan Cotroneo, ndr). Le cose sono due: o sto esorcizzando la morte o sto iniziando a capirla».

Lei ha due figli piccoli. E’ particolarmente doloroso interpretare questo testo per una mamma?
«E’ soprattutto faticoso. E’ stato messo in scena a Broadway da Vanessa Redgrave, che peraltro ha perso la figlia maggiore (Natasha Richardson, morta tre anni fa in un incidente sciistico, ndr), e da Fanny Ardant a Parigi, due donne più adulte di me: credo che per capire cosa sia davvero la morte sia necessario viverla. Invece oggi noi viviamo ritmi così frenetici da non avere neanche il tempo di pensarla. Anzi, forse è proprio per scacciarla che corriamo tanto».

Per lei cos’è il pensiero magico?
«Ho sempre creduto, sin da quando ero bambina, che se mi fossi impegnata veramente per raggiungere un obiettivo i risultati sarebbero arrivati. Ed è quello che faccio ancora oggi. E’ un modo di pensare figlio della nostra cultura. Da quando siamo piccoli ci dicono «se mangi le cose giuste cresci grande e in salute», «se studi avrai grandi soddisfazioni». E viviamo un po’ all'insegna di questa convinzione».

Anche lei dà questo tipo di indicazioni ai suoi figli?
«No. Non sono così come mamma. Sono anzi convinta che i bambini si sappiano autoregolare molto meglio di quello che pensano gli adulti, per questo lascio loro grande libertà».

E con lei il «metodo» ha funzionato? Ha sempre tagliato i traguardi che voleva raggiungere?
«A volte sì. Poi chiaramente ti rendi conto che le circostanze della vita si devono incastrare. Ad esempio, la protagonista de L’anno del pensiero magico trova sollievo al dolore nella geologia. Perché, come la terra, la vita cambia da un istante all'altro, è in continuo movimento. Anche se noi ci blocchiamo per le nostre frustrazioni personali, la vita è come è».


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